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Il plebiscito

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L'annessione
Originale conservato presso Biblioteche riunite Civica e A. Ursino Recupero, Catania

 

Tutte le autorità provinciali erano allertate: significativo il caso di Girgenti, in cui il governatore raccomandava ai collaboratori di «elevare lo spirito pubblico a quell'altezza che reclamavano gli interessi d'Italia e le concordi aspirazioni della Sicilia intera».
Ci si avviava così al 21 ottobre in un clima di tesa mobilitazione: «il vero è che ilo il no rimane tuttavia libero - avvertiva la testata «Il Regno d'Italia» - ma è una tal libertà che servirà a imprimere una macchia indelebile nella coscienza di chiunque profferirà un no invece di un sì».
In questa atmosfera, il giorno delle consultazioni era destinato ad assumere una connotazione particolare, sospesa fra la festosa celebrazione della volontà popolare e la messa in scena di quello che più tardi sarebbe stato definito il "consenso forzoso" (clicca qui per guardare la vignetta satirica sul plebiscito). L'allegra processione alle urne, accompagnata dalla musica delle bande e dallo sventolio dei tricolori contribuiva di certo alla creazione di una trionfale liturgia patria, cui si contrapponeva comunque il rigido schieramento della Guardia Nazionale sin dentro i seggi, a presidio dei cartelloni che inneggiavano al sì: si intendeva deliberatamente influenzare, con quel gesto, l'espressione popolare.
Del tutto prevedibilmente, dunque, la percentuale dei voti negativi all'annessione risultava in Sicilia assolutamente ininfluente: il numero maggiore si rilevava in provincia di Girgenti (385 voti), per un totale complessivo di 677 no, contro i 432.053 sì.


unione

La connotazione plebiscitaria del voto, tuttavia, doveva essere messa almeno parzialmente in discussione dalla scarsa affluenza alle urne: 432.720 votanti sui 575.000 degli aventi diritto. A compenso di ciò, i consigli civici dell'isola, riuniti straordinariamente durante o immediatamente dopo le operazioni di voto, deliberavano di farsi interpreti dei sentimenti popolari proclamando ad unanimità l'annessione al Regno per tutti coloro che non avevano preso parte alla votazione.
L'esito delle consultazioni - proclamato solennemente a Palermo dal balcone di piazza dei Tribunali - sanciva anche la conclusione della dittatura garibaldina: già il 29 ottobre il Generale inviava al re una lettera con cui rimetteva di fatto il potere nelle sue mani. Il passaggio ufficiale delle consegne doveva però avvenire l'8 novembre, il giorno dopo l'entrata solenne di Vittorio Emanuele II a Napoli. Nel gennaio dell'anno successivo erano indette le elezioni per il primo Parlamento italiano che, dopo la convocazione inaugurale del 18 febbraio, nella seduta del 14 marzo votava il disegno di legge sulla proclamazione del Regno, sancita ufficialmente 3 giorni più tardi: «Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico: il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d'Italia». Il 21 aprile 1861 quella legge diventava la n. 1 dello Stato Italiano, mentre Vittorio Emanuele sceglieva la continuità, mantenendo l'antica numerazione dinastica.

A.F.

Clicca qui per leggere la Cronaca degli avvenimenti di Sicilia da aprile 1860 a marzo 1861. Estratta da documenti, Italia 1863.


Principale bibliografia di riferimento:

- Brancato F., La dittatura garibaldina nel Mezzogiorno e in Sicilia, Célèbes, Trapani 1965;
- Fruci G. L., Il sacramento dell'unità nazionale. Linguaggi, iconografia e pratiche dei plebisciti risorgimentali (1848-70), in Storia d'Italia, Annali 22, Il Risorgimento (a cura di A. M. Banti e P. Ginsborg), Einaudi, Torino 2007;
- Martucci R., L'invenzione dell'Italia unita 1855-1864, Sansoni, Firenze 1999;
- Montesano M., Partiti politici e plebiscito a Napoli e nelle province meridionali nel 1860, in «Archivio Storico delle Province Napoletane», 3, serie, IV (1966);
- Riall L., La Sicilia e l'unificazione italiana. Politica liberale e potere locale (1815-1866), Einaudi, Torino 2004.