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La dittatura di Garibaldi

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Il 14 maggio 1860, a Salemi, Giuseppe Garibaldi assunse solennemente la Dittatura in Sicilia nel nome di Vittorio Emanuele Re d'Italia.

Album storico artistico
Società Siciliana per la Storia Patria, Palermo

 

Non erano passati che tre giorni dallo sbarco dei Mille, ma il generale, su suggerimento di Francesco Crispi, volle da subito affermarsi pubblicamente come autorità alternativa rispetto ai Borboni e qualificarsi come punto di riferimento per i siciliani, prima ancora che la vecchia amministrazione crollasse, per evitare pericolosi vuoti di potere, rassicurare i ceti dirigenti, che controllavano la riscossione delle imposte e il reclutamento dei soldati, sul fatto che l'isola non sarebbe piombata nell'anarchia e garantire così il successo della rivoluzione.
In quel momento d'eccezione la dittatura sembrava la forma di governo più adatta, come già era stato teorizzato da Mazzini, «la tavola di salvezza - come venne definita dallo stesso Garibaldi - nei casi d'urgenza e nei grandi frangenti in cui sogliono trovarsi i popoli», che avrebbe accompagnato la marcia per la liberazione dell'isola al ritmo di un'incalzante promulgazione di decreti.
Il successo della spedizione era la priorità assoluta di Garibaldi e di Crispi, che con il decreto n. 3 del 17 maggio, sarebbe stato nominato Segretario di Stato, fermamente convinti che sarebbe stato impossibile raggiungerlo senza il contributo dell'intera popolazione e senza il consenso di tutti i ceti.
Il governo si mise subito al lavoro allo scopo di convogliare tutte le forze siciliane nella realizzazione degli obiettivi rivoluzionari ed iniziò con l'emanazione del decreto n. 2 del 14 maggio, che stabiliva la formazione di una Milizia Nazionale, composta da tutti i cittadini dai 17 ai 50 anni, capaci di portare le armi, e divisa in tre categorie. La prima categoria raccoglieva gli uomini più giovani (dai 17 ai 30 anni) e avrebbe svolto servizio attivo nell'Esercito di liberazione della Sicilia; la seconda categoria, composta da coloro che non avessero compiuto 40 anni, avrebbe operato nei 24 distretti in cui era divisa l'isola e l'ultima, formata dai più anziani si sarebbe occupata dell'ordine pubblico all'interno dei singoli comuni. Quello della tutela della pubblica sicurezza era un punto fermo del programma del governo garibaldino e la stessa organizzazione dell'amministrazione civile venne finalizzata alla sua difesa, attraverso un controllo capillare del territorio: fu a questo fine che il decreto n. 4 del 17 maggio mise a capo di ciascun distretto, persino in quelli ancora in mano borbonica, un Governatore, che si sarebbe dovuto occupare del riordino dei Consigli Civici e della nomina dei Delegati e degli Assessori alla sicurezza pubblica. Un occhio di riguardo si prestava alle città di Palermo, Messina e Catania, dove un assessore per quartiere avrebbe vigilato sulla quiete collettiva.
Ad indirizzare la penna del legislatore, di Crispi in particolare - considerato il vero autore degli atti del governo - era il ricordo del fallimento della rivoluzione siciliana del 1848, il cui successo era stato irrimediabilmente compromesso dagli eccessi sovversivi, che erano stati commessi nelle campagne e nelle città, e che erano stati provocati anche dalla miseria e dal malcontento popolare. Per questa ragione i provvedimenti garibaldini strizzavano l'occhio ai ceti più disagiati, a partire dal decreto n. 5 del 17 maggio che aboliva l'imposta sul macinato, la più detestata poiché tassava il più elementare dei bisogni, quello del pane.
Una misura che però non bastava a garantirsi qualcosa in più rispetto al tacito appoggio delle masse: il loro tangibile contributo in termini di forze e sangue. Presto si comprese che era necessario offrire un corrispettivo altrettanto concreto e palpabile, la terra, e il 2 giugno venne emanato un decreto che prometteva la spartizione dei Demani comunali a beneficio di coloro che si fossero battuti per la patria.
Il provvedimento giunse lo stesso giorno in cui prendeva forma il nuovo governo civile, formato da sei dicasteri guidati da cinque Segretari di Stato: Vincenzo Orsini al Ministero per la Guerra e Marina, Francesco Crispi al Ministero dell'Interno e alle Finanze, Andrea Guarneri alla Giustizia, mons. Gregorio Ugdulena per l'Istruzione Pubblica ed il Culto ed il barone Casimiro Pisani per gli Affari Esteri ed il Commercio. Il 7 giugno il decreto n. 19 avrebbe distaccato dalla Segreteria di Stato dell'Interno, quella dei Lavori pubblici e quella delle Finanze che sarebbero state affidate rispettivamente a Giovanni Raffaele e a Domenico Peranni.
Il senso della costituzione di quel governo era quello di ridare fiato all'ordinaria vita civile dell'isola. La dittatura voleva dimostrare che l'importanza prioritaria data agli obiettivi della guerra non avrebbe escluso la considerazione di altri aspetti ancora vitali della convivenza civile sull'isola, a cominciare dalla cultura. Vennero richiamati alle rispettive cattedre universitarie illustri scienziati, che erano stati allontanati per le loro idee politiche dal regime borbonico: Gregorio Ugdulena alla cattedra di lingua ebraica e spiegazione di Sacra Scrittura dell'Università degli Studi di Palermo, Gaetano Cacciatore alla cattedra di Astronomia della stessa Università, Salvatore Marchese tornò a Catania alla Cattedra di Diritto di Natura ed Etica, così come Gioacchino Geremia a quella di Letteratura italiana, mentre Benedetto Gravina, monaco e studioso di storia naturale ed arte, venne chiamato a guidare la ricostituita Commissione di antichità e belle arti. Fino ad allora la vita culturale era stata animata prevalentemente dagli ordini religiosi e, ironia della sorte, proprio dai disciolti ordini dei Gesuiti e dei Liguorini sarebbero giunti i fondi per la pubblica istruzione.
Portavano la controfirma di Francesco Crispi, in qualità di Segretario di Stato all'Interno, tutti gli atti che rivolgevano una particolare attenzione alla questione sociale: il decreto n. 18 del 6 giugno che stabiliva l'adozione da parte dello Stato dei figli dei morti per la patria, il decreto n. 24 del 9 giugno col quale tutti i fondi di beneficienza venivano destinati a coloro che fossero stati particolarmente danneggiati dagli effetti della guerra e il decreto n. 35 del 13 giugno che aboliva il titolo di "Eccellenza" e il baciamano nella convinzione che «un popolo libero deve distruggere qualunque usanza derivante dal passato servaggio».
Il governo volle poi conciliare lo spirito filantropico con la necessità di un esercito forte e folto: con i decreti del 22 giugno infatti istituì un battaglione degli adolescenti, che avrebbe raccolto i ragazzi poveri e abbandonati, per istruirli militarmente, e che affidò alla direzione di Alberto Mario.
La disciplina militare informava di sé l'intera raccolta degli atti del governo dittatoriale garibaldino: il decreto n. 7 del 18 maggio 1860 stabiliva che sarebbe stato un Consiglio di guerra a giudicare i reati commessi sia dai militari che dai civili e il decreto n. 12 sanciva che i reati di furto, omicidio e saccheggio «di qualunque natura» sarebbero stati puniti con la pena di morte.
Il dittatore e il segretario di Stato dovettero presto accorgersi che la loro presenza e la loro politica non aveva certo suscitato solo consensi. In particolare era il decreto sulla leva obbligatoria a provocare problemi al governo: se da una parte infatti la costituzione di un esercito avrebbe liberato l'autorità dittatoriale dalla dipendenza dalle squadre volontarie, che i proprietari temevano come provocatrici di disordini e soprusi, dall'altra parte i contadini inorridivano all'idea che le loro braccia fossero sottratte al lavoro dei campi, proprio quando si avvicinava il momento del raccolto. Il decreto di redistribuzione delle terre poi rimaneva ampiamente inapplicato scatenando l'agitazione popolare, che in diversi centri urbani ed in alcune zone rurali provocò violenze e tumulti.
Ai problemi derivanti dai disordini pubblici si aggiungevano poi quelli derivanti dalla copertura finanziaria dei vari provvedimenti amministrativi, e quelli suscitati dai rapporti con i moderati unitari, in Sicilia rappresentati da Giuseppe La Farina, principale agente sull'isola di Camillo Benso conte di Cavour, che spingeva per un'immediata annessione dell'isola al Regno d'Italia, temendo che, se si fosse assecondata l'idea di Garibaldi di proseguire con l'unificazione del l'Italia a partire dal Meridione, sarebbe stata messa in pericolo non solo l'egemonia moderata sulla politica italiana, ma la stessa alleanza del Piemonte con la Francia di Napoleone III.
Fu in risposta alle pressioni dei sostenitori della corrente filo piemontese che il 23 giugno Crispi e Garibaldi emanarono un decreto in cui si stabilivano le norme per la votazione dell'annessione della Sicilia all'Italia, ma senza fissare né i termini né la data. Ne seguì una crisi di governo: il Marchese Vincenzo Fardella di Torrearsa rinunciò alla presidenza del Consiglio e il barone Pisani si dimise dal ministero degli Esteri.
Nei giorni in cui si procedeva alla formazione del nuovo governo, La Farina organizzò delle pubbliche manifestazioni di protesta a Palermo, in cui accusava Crispi di celare le proprie propensioni repubblicane dietro l'ufficiale dichiarazione di fedeltà a Vittorio Emanuele. Il clima politico era particolarmente teso e divenne evidente che i contrasti di lunga data tra democratici, moderati e autonomisti non si erano appianati con lo sbarco dei Mille. Gli autonomisti, dal canto loro, avevano continuato a sperare in una Sicilia autonoma vedendo Garibaldi organizzare un governo regolare con propri rappresentanti all'estero: il conte Amari a Torino, il principe Giuseppe Monroy Principe di Belmonte e di Pandolfina a Londra e il principe di San Cataldo a Parigi, ma la palese avversione di Crispi ad ogni ipotesi separatista frustrava le loro aspirazioni. Cresceva così l'impopolarità del Segretario di Stato, che il 27 giugno fu costretto a dimettersi. La crisi sembrava superata e quello stesso giorno alcuni decreti annunciarono la composizione del nuovo governo: Vincenzo Orsini rimaneva al Ministero di Guerra e Marina, all'Interno andava Gaetano Daita e Luigi La Porta alla Sicurezza Pubblica, padre Ottavio Lanza avrebbe guidato la Segreteria di Stato per il culto e il barone Giuseppe Natoli quello per gli Affari Esteri e per il Commercio, Gaetano La Loggia si sarebbe occupato dell'Istruzione Pubblica e dei Lavori Pubblici e Francesco Di Giovanni e Filippo Santocanale sarebbero andati rispettivamente alla Finanza e alla Giustizia.
A fine giugno l'opinione pubblica e la stampa parvero dimenticare lo scontro politico in atto e si concentrarono sulla preparazione dell'ultimo atto della spedizione garibaldina in Sicilia, la battaglia di Milazzo. In realtà la polemica, che Garibaldi avrebbe voluto chiudere in maniera eclatante con l'espulsione di La Farina il 7 luglio, era soltanto sopita. Riesplose con più forza non appena il generale dovette lasciare la Sicilia, per proseguire la spedizione nella parte continentale della penisola, affidando la guida del governo al prodittatore Agostino Depretis.