Martedì, 05 luglio 2022
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Il 1848

Il 15 aprile del 1848, con una settantina di legionari, Garibaldi salpa in direzione della Toscana a bordo del Bifronte, acquistato grazie ai fondi messi a disposizione dalla colonia italiana d'Uruguay. Quando s'imbarca, non sa con esattezza cosa lo attende: le notizie arrivano lentamente, lì in Sudamerica, e lui è partito da Montevideo subito dopo aver saputo dell'insurrezione di Palermo del 12 gennaio, ma non conosce ancora gli sviluppi della vicenda. Così, mentre la sua nave solca il mare, Giuseppe non può immaginare che al grido di libertà della città siciliana si è presto avvinto quello di Napoli, insorta il 29. Non sa neppure che Ferdinando II è stato costretto a concedere la Costituzione, presto imitato dagli altri sovrani italiani, mentre in Francia Luigi Filippo è stato cacciato ed è stata proclamata la Repubblica; la rivoluzione si è propagata poi in Germania e nell'Impero Asburgico. A marzo, inoltre, Carlo Alberto, re di Sardegna, ha varcato i confini del Lombardo-Veneto, dando il via alla guerra contro l'Austria, al fianco del Granduca di Toscana, del Papa e del re di Napoli.
La valanga di novità lo investe in occasione della sosta che la nave fa in Spagna, a Santa Pola, per i rifornimenti. È l'«universal chiamata» sognata a Rio! La sua voce leva solo un grido: «Alla vela! Alla vela!». Non c'è più motivo di sbarcare in Toscana, a quel punto, così si punta direttamente su Nizza, dopo 68 giorni di navigazione e dopo 14 anni di assenza di Giuseppe dalla sua terra. Al suo arrivo, lo accoglie una folla festante, capeggiata dalla madre: il suo mito è già una realtà, e il fascino della leggenda americana si unisce adesso alla gioia per l'impresa che il condottiero si appresta a svolgere in Piemonte. Immediatamente, e nonostante si stia già manifestando quel disaccordo che porterà all'indebolimento della coalizione degli Stati italiani, e alla controffensiva austriaca, Garibaldi comincia infatti ad arruolare volontari per la sua causa. Conferma la sua fede repubblicana, ma afferma con vigore di voler seguire Carlo Alberto, ed incita a che «gli sforzi degl'Italiani si concentrino in lui. Guai a noi se, invece di stringerci tutti fortemente intorno a questo capo, disperdiamo le nostre forze in conati diversi ed inutili e, peggio ancora, se cominciamo a sparger tra noi i semi della discordia».
L'incontro con il re avviene il 5 luglio: l'atmosfera è gelida.

dTratto da Vita illustrata di Garibaldi, di A. Balbiani, Milano 1860
Tratto da Vita illustrata di Garibaldi, di A. Balbiani, Milano 1860

Carlo Alberto è contrario ad affiancare i volontari alle truppe regolari, e del resto non c'è modo di impiegare Garibaldi nella Marina, mentre la condanna del 1834 ne vieta la nomina a Generale dell'esercito. L'unica soluzione è quella di spedirlo a Venezia, che nel marzo del '48 si è sottratta da sola al giogo austriaco e ha dato il via, per impulso di Daniele Manin, alla Repubblica di San Marco.
In attesa di definire la spedizione nei dettagli, Garibaldi si ritrova a fronteggiare la crisi interna ai democratici, scissi tra i fautori dell'appoggio al re e gli irriducibili repubblicani, che rifiutano di sposare una causa condotta sotto l'egida di un monarca. Nemmeno Mazzini, in quel frangente, riesce a mostrare una condotta univoca: giunge a Milano l'8 aprile, ed in un primo tempo appoggia Carlo Alberto, rinviando le decisioni sull'assetto dello Stato alla fine della guerra; dopo il plebiscito di giugno che sancisce l'unione della Lombardia al Piemonte, tuttavia, rompe gli indugi, e lancia l'idea di una Costituente nazionale eletta a suffragio universale, embrione della futura Repubblica unitaria.
Garibaldi non prende parte a questo dibattito, ma in quei giorni conosce finalmente Mazzini. L'incontro è teso. I due seguono ormai strade diverse. Giuseppe comincia a prendere le distanze dai metodi insurrezionali e dal rigido repubblicanesimo del Maestro, che gli pare, a tratti, utopico: preferisce, ai fini di una politica di guerra, un'intesa con i governi costituiti e soprattutto dotati di un apparato militare strutturato. Così scrive ad un compagno: «Con le armi solo libereremo l'Italia. Favorire a' parlatori, ai pensatori, agli argomentatori, e i militari uomini porli da banda o scarsamente rafforzarli, trarrà ad effetti pessimi[?]. Il senno medesimo, senza il braccio, divien ridicolo». E il braccio vuole muoversi, subito. Il 14 luglio Garibaldi è raggiunto a Milano dai suoi legionari, che insieme ad altri corpi volontari danno vita al battaglione Anzani, comandato da Giacomo Medici. Troppo tardi: il 25 luglio Carlo Alberto è sconfitto a Custoza, e le truppe nemiche incombono su Milano.
Garibaldi e i suoi, però, non si abbattono. Alla notizia dell'armistizio, il condottiero tuona: «Se il Re di Sardegna ha una corona che conserva a forza di colpa e di viltà, io ed i miei compagni non vogliamo conservare con infamia la nostra vita!».
Quelle parole gli valgono l'ammirazione di molti democratici, ma l'armistizio lo fa ritornare un fuorilegge: Carlo Alberto ne ordina l'arresto. Giuseppe, infuriato, si dirige verso Arona, sul Lago Maggiore: impone di forza una contribuzione di 7.000 lire, di 1.286 razioni di pane, 20 sacchi di avena e riso, sequestra due vapori e s'imbarca verso Luino. Da lì, per Varese. E finalmente, il primo scontro armato con gli austriaci e la sua prima vittoria sul suolo italiano. La gloria, però, dura poco: Radetzky gli manda contro un intero corpo d'armata. Giuseppe fraziona il battaglione e disperde le forze. Intanto, dopo il sacco di Arona, la popolazione non vede più di buon occhio lui e i suoi: l'unica salvezza è l'esilio. Si dirige in Svizzera, da lì in Francia e poi a Nizza. Dalla sua città natale cerca di far ripartire l'azione, e alla notizia che il 2 settembre 1848 Messina è stata bombardata dalle truppe dell'esercito borbonico, s'imbarca a Genova con 72 volontari verso la Sicilia. Fa scalo a Livorno, dove viene accolto trionfalmente, ma durante la sosta cambia improvvisamente la meta del suo viaggio: si è reso conto che è Venezia ad aver bisogno d'aiuto. Garibaldi si muove, così, con 350 volontari, alla volta della città: una tappa a Bologna, poi su a Ravenna, dove si unisce a lui la colonna di patrioti di Goffredo Mameli e Nino Bixio. La sosta si prolunga più del dovuto, e intanto giunge la notizia che Pio IX, il 24 novembre, ha abbandonato Roma. Il piano cambia ancora: non più Venezia ma l'Urbe, dove Giuseppe si dirige con la sua "Legione Italiana". Una sosta a Forlì serve a ripetere la rapina di Arona: proprio il mantenimento dei volontari, del resto, è una delle sue spine nel fianco. Di fronte alla difficoltà di reperire le risorse necessarie per provvedere ai bisogni dei suoi, il condottiero non esita ad abbandonare la truppa, proseguendo da solo sul cammino per Roma.
Il 12 dicembre giunge finalmente a destinazione: «Egli è qui!», annuncia un manifesto affisso per le vie della città. Le accoglienze sono trionfali; il pensiero, però, corre ai suoi uomini: Giuseppe riesce a farli assumere tra i corpi stipendiati, anche se, per il momento, devono rimanere fermi a Rieti in attesa di disposizioni. Di fatto, quell'accozzaglia eterogenea e indisciplinata continua a suscitare diffidenza. Ma non c'è tempo per curarsene: una nuova impresa è alle porte, e bisogna raccogliere le forze?

A.F.

Clicca qui per leggere la memoria del colonnello Cavaciocchi, Le prime gesta di Garibaldi in Italia, in «Rivista Militare Italiana», anno LII, Dispensa VI, 16 giugno 1907.