Martedì, 05 luglio 2022
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Caprera amaro rifugio

Dopo la conclusione dell'esperienza di dittatore, Garibaldi si rifugia a Caprera, dove riprende la sua vita di prima, fatta di natura, svaghi semplici, lunghe passeggiate solitarie (clicca qui per leggere il racconto dei giorni sull'isola, ad opera di Augusto Vecchi). Continua però a tenersi informato: legge attentamente i giornali italiani e stranieri ed è in corrispondenza con i più autorevoli esponenti democratici d' Europa. Nella sua rete di relazioni, ha ben presenti due obiettivi: la sistemazione dei suoi volontari ed un'iniziativa rivoluzionaria che porti a pieno compimento l'unificazione italiana. Dalla sua isola continua intanto a confermare la devozione a Vittorio Emanuele II, «il solo e indispensabile al programma».
A marzo del 1861, intanto, la proclamazione del Regno d'Italia ha dato il via ai lavori del nuovo Parlamento nazionale: intenzionato a seguire gli sviluppi del dibattito sulla transizione alla nuova amministrazione unitaria, Giuseppe si reca a Torino. Il 18 aprile fa il suo ingresso trionfale alla Camera, proprio mentre si sta portando avanti la discussione sul dualismo tra esercito e volontari. Garibaldi ha il suo, di progetto, e non esita a rivendicarlo: prevede l'istituzione di una Guardia Nazionale mobile, formata da cittadini tra i 18 e i 35 anni; una nazione in armi, insomma, pronta a completare il processo di unificazione. Le sue parole rimbombano nell'aula: «Tutte le volte che quel dualismo ha potuto nuocere alla gran causa del mio Paese, io ho piegato, e piegherò sempre» afferma il nizzardo, aggiungendo che non stringerà mai la mano a chi lo ha fatto straniero in patria, e soprattutto accusando il governo della guerra fratricida nel Mezzogiorno d'Italia (clicca qui per leggere la ricostruzione della discussione ad opera di Gioacchino Pepoli). Cavour va su tutte le furie, sospende la seduta.
Sempre più amareggiato, Giuseppe rientra a Caprera (clicca qui per leggere La Canzone di Garibaldi [La notte di Caprera], di Gabriele D'Annunzio).

da Storia illustrata della vita di Garibaldi, di A. Balbiani, Milano 1860
da Storia illustrata della vita di Garibaldi, di A. Balbiani, Milano 1860

 

Nel settembre del 1861 riceve la proposta del governo americano di andare a comandare le forze nordiste nella guerra di secessione: risponde entusiasta, mettendo però come conditio sine qua non della sua partecipazione l'abolizione della schiavitù. La proposta cade.
Intanto, anche le speranze dei democratici puntano su Caprera: voci insistenti danno per imminente una spedizione nei Balcani, per estendere da lì il movimento rivoluzionario e portarlo sino in Austria attraverso la Polonia e l'Ungheria; ma l'impresa ha bisogno di un padre, e quel padre non può che essere Garibaldi. Il generale, tuttavia, guarda ancora all'Italia, ed elabora il progetto di rifare il glorioso percorso, quello che dalla Sicilia l'aveva portato a Napoli nel 1860. Da lì, stavolta, andrà su, fino a Roma, poi, perché no, anche a Venezia. È con queste idee che il 27 giugno 1862 Giuseppe si imbarca sul vapore Tortoli: destinazione Palermo. Approdato, visita i luoghi delle sue imprese (Alcamo, Partinico, Calatafimi, Marsala) e da lì il connubio Roma-Venezia si trasforma in azione. Nel bosco della Ficuzza trova adunati 3.000 volontari al grido di "Pane!Pane!": li porta con sé. In quel momento, è pressoché certo di poter trovare autorevoli appoggi per la sua spedizione.
La disillusione arriva in fretta: già il 3 agosto Vittorio Emanuele II indirizza un proclama agli Italiani, distanziandosi da quei «giovani inesperti ed illusi, dimentichi dei loro doveri, della gratitudine ai nostri migliori alleati», che vogliono far guerra a Roma. Giuseppe non si accorge, o non vuole accorgersi, che rispetto al 1860 mancano troppi elementi per ripetere il miracolo dei Mille: non ci sono gli ufficiali, non c'è il consenso dell'opinione pubblica, e soprattutto manca l'appoggio di uno Stato sovrano. Eppure il generale, nel suo intimo, crede veramente che il re possa appoggiarlo, del resto la sua marcia in Sicilia non ha incontrato l'opposizione delle autorità, che anzi alle volte si sono mostrate persino amichevoli. Purtroppo, gli stessi democratici sono contrari all'impresa, e quelli che erano stati i suoi amici più fidati - Mordini, Fabrizi, Calvino - vanno adesso in ambasciata a comunicargli il loro disappunto. Ma Garibaldi è deciso a proseguire, così arriva fino a Catania, poi Messina, la Calabria? proprio come nel 1860. Nella regione sono stanziati, tuttavia, diversi reparti dell'esercito italiano, incaricati della lotta al brigantaggio: è semplice formare una colonna di 7 battaglioni, agli ordini del colonnello Pallavicino, che adesso marciano decisi incontro al generale?

A.F.