Martedì, 05 luglio 2022
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La repubblica romana

«Era l'8 febbraio1849[...]. Ora assistevo alla rinascita del gigante delle repubbliche, la Romana! Sul teatro delle maggiori grandezze del mondo! Nell'Urbe! Che speranze, che avvenire! Non eran dunque sogni quella folla di idee, di vaticini, che avevo fantasticato nella mia mente dall'infanzia, nella mia immaginazione di diciotto anni». I primi mesi del 1849 sembrano rappresentare, per Garibaldi, la realizzazione dell'ideale cui ha consacrato l'esistenza. L'insurrezione dello Stato pontificio ha portato alla fuga del Papa, e il Parlamento romano, subito ricostituito, ha fissato per il 21 gennaio le elezioni per un'Assemblea Costituente: grazie alla nuova legge elettorale, Giuseppe è stato inserito tra i candidati e i voti dei suoi legionari gli hanno garantito la vittoria.
Dopo la solenne cerimonia d'apertura del 5 febbraio, l'Assemblea dà inizio ai lavori, e da subito la posizione del condottiero si distingue per l'urgenza con cui rivendica la proclamazione immediata della Repubblica. I fatti gli danno ragione: vinte alcune resistenze interne, il 9 i Costituenti approvano il decreto fondamentale che dichiara decaduto il Papato e adotta come forma di governo la democrazia pura, col «glorioso nome di Repubblica Romana».

Tratto da Vita illustrata di Garibaldi, di A. Balbiani, Milano 1860.
Tratto da Vita illustrata di Garibaldi, di A. Balbiani, Milano 1860.

Sembra davvero l'inizio di una nuova era: anche il Granduca è stato costretto a fuggire, e la Toscana adesso è guidata da un governo democratico; l'Italia centrale si configura, insomma, come l'epicentro dei moti per l'unità nazionale, che pare ormai imminente.
Bastano pochi giorni per comprendere che si tratta di un'illusione: già il 23 marzo l'esercito piemontese - che il 12 ha denunciato l'armistizio con gli austriaci dell'agosto precedente, riprendendo le ostilità - viene sconfitto a Novara. Il sovrano è costretto ad abdicare in favore del suo successore, Vittorio Emanuele II, mentre si iniziano le trattative di pace. Negli stessi giorni, Ferdinando II sospende la Costituzione a Napoli e riorganizza la controffensiva in Sicilia, che porta alla capitolazione di Palermo del 15 maggio. Ad aprile, intanto, il Granduca di Toscana viene riportato sul trono dagli austriaci e, qualche mese più tardi, anche Venezia capitola, dopo un lungo assedio.
Roma resta l'unica a resistere, sola in mezzo ad un'Italia bruscamente restaurata.

Tratto da Vita illustrata di Garibaldi, di A. Balbiani, Milano 1860.
Tratto da Vita illustrata di Garibaldi, di A. Balbiani, Milano 1860.

Il triumvirato di Mazzini, Saffi ed Armellini si è assunto il compito di difendere strenuamente la vita della Repubblica, ma la situazione interna - già di per sé instabile - è aggravata da fattori internazionali: in Francia, infatti, il nuovo presidente Luigi Napoleone si è assunto il compito di ristabilire a Roma la sovranità del Papa, con l'intenzione di guadagnarsi l'appoggio dei cattolici d'Oltralpe in vista di un colpo di Stato. Già il 25 aprile un corpo di spedizione francese, alla testa del generale Oudinot, sbarca a Civitavecchia e la occupa.

Tratto da Vita illustrata di Garibaldi, di A. Balbiani, Milano 1860.
Tratto da Vita illustrata di Garibaldi, di A. Balbiani, Milano 1860.

Quella stessa sera, l'Assemblea decreta di «respingere la forza con la forza», e due giorni più tardi la Legione di Garibaldi può finalmente entrare in città, ingrossata dall'arrivo di volontari da ogni parte d'Italia. Il 30 aprile, Oudinot sferra il primo attacco, in prossimità del Gianicolo. Dopo un serrato combattimento, i garibaldini riescono ad avere la meglio sui nemici, costretti ad una precipitosa ritirata verso Castel di Guido (clicca qui per leggere Garibaldi e la difesa della Repubblica Romana, di G. Trevelyan). La città è in festa, l'umore delle truppe altissimo. Garibaldi vorrebbe sfruttare quel momento favorevole, inseguendo i francesi, ma Mazzini lo ferma: la Francia è un nemico troppo potente per essere messo fuori gioco in seguito ad una sconfitta militare, e il nodo che si pone è di natura squisitamente politica. È preferibile attendere gli sviluppi diplomatici della vicenda, concedendo il rilascio dei prigionieri. A malincuore, Garibaldi acconsente.
Intanto, la Repubblica deve confrontarsi con un attacco a tenaglia: l'Austria occupa Bologna, mentre i diavoli bianchi dell'esercito borbonico entrano nel Lazio da sud. Garibaldi si porta a Palestrina, dove blocca le truppe napoletane e le costringe alla ritirata. Poi viene richiamato a Roma: si paventa un nuovo attacco di Oudinot. A sorpresa, però, giunge in città un rappresentante francese, incaricato da Napoleone di trattare con gli insorti: nell'attesa di un accordo diplomatico, si stipula una tregua fino al 4 giugno. Garibaldi vorrebbe spingersi verso Sud, ma improvvisamente, il 1° giugno, Oudinot comunica che la tregua è finita: appena tre giorni più tardi, inizia l'assedio di Roma. La situazione è disperata: l'Assemblea conferisce a Garibaldi i pieni poteri militari, e il condottiero - nonostante il parere avverso di Mazzini - decide di uscire dalla città con l'esercito, per portare la guerra tra l'Umbria, le Marche e la Romagna. Politicamente è solo; militarmente, già destinato alla sconfitta. Ancora fiducioso, tuttavia, raggiunge Terni, Todi, poi Orvieto. Infine, si porta in Toscana, dove spera di rifornirsi di uomini, armi e generi di prima necessità. Le popolazioni del luogo, però, stanno diventando ostili: temono violenze e ruberie. Le razioni giornaliere per quasi 5.000 uomini sono un grave peso per le comunità, in più Garibaldi non ha con sé denaro, se non cartamoneta repubblicana che non ha corso. Il cerchio si stringe. Giuseppe cerca di arrivare sull'Adriatico per imbarcarsi alla volta di Venezia: sono rimasti solo 1.500 uomini e 300 cavalli. La sera del 30 luglio, dopo una marcia faticosissima, riesce a portare i suoi in salvo nella piccola Repubblica di San Marino. A questo punto scioglie i militi dall'obbligo di accompagnarlo e con una buona dose di rassegnazione dichiara che «la guerra romana per l'indipendenza d'Italia è finita». Si accinge, così, a ritornare un esule...

A.F.

Clicca qui per leggere Della ritirata di Garibaldi da Roma, di E. Ruggeri, Genova 1850.