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Prigionieri Borbonici

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«In Italia, o meglio negli Stati sardi, esiste proprio la tratta dei Napoletani. Si arrestano da Cialdini soldati napoletani in gran quantità, si stipano ne' bastimenti peggio che non si farebbe degli animali, e poi si mandano in Genova. Trovandomi testè in quella città ho dovuto assistere ad uno di que' spettacoli che lacerano l'anima. Ho visto giungere bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati, piangenti; e sbarcati vennero distesi sulla pubblica strada come cosa da mercato [...]. Alcune centinaia ne furono mandati e chiusi nelle carceri di Fenestrelle: un ottomila di questi antichi soldati Napoletani vennero concentrati nel campo di S. Maurizio». Il travagliato destino dei soldati borbonici, all'indomani della sconfitta del loro esercito, veniva tratteggiato con queste tinte amare dall'organo di stampa dei Gesuiti napoletani, «La Civiltà Cattolica» (clicca qui per leggerne alcuni numeri). L'enfasi della testata era dovuta in parte al disprezzo dei suoi redattori nei confronti del nuovo assetto politico venutosi a creare in seguito al crollo del Regno delle Due Sicilie; tuttavia, questo non smorzava di certo la durezza del trattamento cui venivano sottoposte le (guarnigioni borboniche dopo la disfatta. Il problema della loro sorte si era posto in tutta la sua drammaticità subito dopo il plebiscito del 21 ottobre 1860, che aveva sancito l'annessione delle province napoletane e siciliane al Regno d'Italia: in seguito all'unificazione istituzionale, occorreva infatti che si procedesse anche a quella militare. La questione diventava ancora più stringente perché, già in quel momento, migliaia di soldati napoletani erano stati fatti prigionieri e sparpagliati nei campi di reclusione dell'Italia settentrionale (Fenestrelle , S. Maurizio Canavese, Alessandria, S. Benigno, Bergamo), in attesa di essere aggregati ai Depositi dei Corpi dell'esercito piemontese.

Numero di prigionieri tra gli Ufficiali e Sottoufficiali dell'esercito napoletano  (1860)




 

 

7 ottobre

 

n. 900

 

17 ottobre

 

n. 360

 

8 novembre

 

n. 3.600

 

11 novembre

 

n. 2.330

 

24 novembre

 

n. 810

 

 

Totale 8.000


(Dati tratti dalla Relazione del Maggior Generale Federico Torre, Direttore Generale delle Leve, Bassa-forza e Matricola al signor Ministro della Guerra sulle Leve eseguita in Italia dalle annessioni delle varie Provincie al 30 settembre 1863).




La necessità di quella che si presentava come una vera e propria reclusione era dovuta all'urgenza di impedire il contatto tra i soldati e la popolazione meridionale, che in parte era rimasta devota alla vecchia dinastia, stentando a riconoscersi nella nuova dimensione nazionale: si temeva, e non del tutto a torto, che le guarnigioni duosiciliane avrebbero potuto prestare la loro opera, e la loro esperienza militare, a qualche tentativo di revanche filo-borbonica.
A dicembre, così, un Regio Decreto chiamava alle armi tutti gli individui napoletani per le Leve degli anni dal 1857 al 1860, compresi i renitenti; chi non era incluso nel novero rimaneva invece in patria, in congedo illimitato, ma doveva tenersi pronto a rispondere a qualsiasi eventuale chiamata. L'idea di fondo era chiara: i prigionieri più anziani, definitivamente corrotti dalla fedeltà ai Borboni, solo in estrema ratio sarebbero stati ammessi all'interno della compagine militare italiana.
Per gli altri, i giovani, era ancora possibile, invece, la rieducazione ad una disciplina ortodossa: si stabiliva cosi un termine per la loro presentazione, fissato al mese di gennaio del 1861, e poi prorogato al 1° giugno dello stesso anno: chiunque non avesse risposto alla chiamata, sarebbe stato considerato a tutti gli effetti un disertore.
Era previsto un afflusso di circa 72.000 uomini, ma il numero effettivo di reclutati continuava a rimanere nettamente inferiore alle aspettative: molti uomini erano stati feriti a morte durante le battaglie, e parecchi venivano riformati; soprattutto, però, tanti erano quelli che si rifiutavano categoricamente di entrare a far parte di un esercito diverso da quello a cui avevano giurato lealtà. Da quel momento, sarebbero entrati a far parte della categoria degli sbandati, una vera e propria spina nel fianco per il nuovo Stato in cerca di legittimazione.
Sul fronte opposto, e per opposti motivi, anche la dinastia morente vedeva nella deportazione dei propri soldati l'ennesima causa di rabbia, così il governo napoletano non esitava a protestare in modo ufficiale per le misure adottate nei confronti dell'esercito borbonico . Alla fine del 1860 il generale Casella, Presidente del Consiglio dei Ministri, in una nota diplomatica alle potenze amiche accreditate presso Francesco II denunciava: «I Reali prigionieri fatti da Garibaldi [...] si costringevano a partire pel Piemonte, ove contro ogni legge militare si forzavano ad arrolarsi fra le milizie di Sardegna».
A dispetto di ogni dissenso, comunque, il governo piemontese continuava il reclutamento, preoccupandosi anzi di istituire a Genova una Commissione di smistamento, presieduta dal Luogotenente Boyl e composta da 5 ufficiali: fatta la distribuzione dei prigionieri, l'organo doveva inviare al presidente uno stato numerico della ripartizione, che servisse da modello alle successive suddivisioni. Come stabilito, ai soli militari di Leve anteriori al 1857 veniva concesso il rientro in patria: nel gennaio del 1861, ben 2.600 individui potevano rivedere così il suolo di casa.
 

 

Prigionieri borbonici
Prigionieri borbonici condotti a Genova