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Il dramma Salvatore Maniscalco (1860)

«Il modo come è stato accolto dal pubblico questo drama, le domande che mi son pervenute onde metterlo alle stampe, mi ha deciso pubblicarlo per doppia ragione, di secondare dapprima alle richieste fattemi pervenire e per tramandare in secondo per quanto è possibile colla duratura della stampa, ai posteri, l'abbozzo di cotesto mostro, che cotante lacrime e cotanto sangue ha fatto spargere alla Sicilia».
Così, nella premessa, l'autore anonimo - F.A. sono  le sue iniziali - giustifica la messa in stampa della sua opera in virtù del notevole successo a Palermo, appena quindici giorni dopo che il vero Maniscalco si era imbarcato per Napoli. Egli vuole tramandare, far ricordare alle successive generazioni la ferocia di quell'uomo, che come Direttore di Polizia divenne il responsabile di tutti gli abusi commessi dai suoi impiegati.
Il dramma si suddivide in tre atti, che corrispondono a tre epoche della sua carriera. Il principe di Satriano, represso il moto quarantottesco in Sicilia, assegna al giovane capitano di gendarmeria Maniscalco il compito difficile di riorganizzare la Polizia, che era stata scompaginata dalla rivoluzione. La scena si apre quando il prevosto Maniscalco assume questo incarico, dando precise indicazioni sugli uomini da arruolare: «Scegliete sempre i più tristi, i ladri, gli assassini, quegli uomini infine che hanno l'odio pubblico, la maledizione di tutti, perché così metteremo da una mano il pubblico in ispavento, e dall'altra faremo accorti i tristi, che avranno sempre un pane presso il real governo, quando vi si affidano».
Così gli risponde Desimone, tenente di sicurezza interna: «Benissimo! da par vostro! Ed io con quaranta e più anni di gendarmeria in corpo, non ho avuto mai simile idea... Voi siete un genio... Voi superate Pippinello fiore di bellezza, l'anima intellettiva di S.E. Del Carretto».
Il "metodo Maniscalco" era quello di agevolare le rivolte dei liberali, alle quali partecipavano delle spie mercenarie infiltrate, in modo che la Polizia fosse messa a giorno di tutto e, una volta scoppiata l'insurrezione, fosse pronta a sedarla e ad arrestare tutti i partecipanti. Proprio questo accade nel primo atto, quando il prevosto con l'aiuto del cancelliere di giudicato Calabrò riuscirà a smantellare il gruppo dei liberali coagulato intorno a Nicolò Garzilli, intento a preparare una dimostrazione rivoluzionaria: i sette imputati verranno arrestati e si preparerà l'esecuzione.
Il secondo atto è ambientato nel 1854: Maniscalco è ora Direttore di Polizia a Palermo grazie alla promozione ottenuta tre anni prima, divenendo uno degli uomini più potenti della Sicilia. Attorno a lui, ci sono sempre Desimone e Calabrò, che grazie ad un avanzamento di carriera, sono stati nominati rispettivamente capitano di gendarmeria e giudice di Gran Corte. A loro si aggiunge il tristemente famoso ispettore Carlo Pontillo, ricordato come uno dei più feroci aguzzini della Polizia. In questo atto, la potenza e la crudeltà di Maniscalco prendono sempre più forma. Implacabile contro liberali e antiborbonici, è anche spietato con le loro famiglie, alle quali assicura trattamenti di favore e sconti di pena che poi non verranno mai rispettati, illudendo inesorabilmente i poveri supplicanti. Alla brutalità si somma la disonestà, l'ingordigia e la frode del terribile Direttore di Polizia, capace di lucrare sulla penuria di cereali (dovuta alla carestia del 1854 che colpisce la Sicilia), facendo la cresta tra il prezzo di vendita e quello di acquisto dei grani. E poi seguono gli arresti di autori e detentori di stampe liberali ad opera dell'ispettore Pontillo, che catturerà Sismondi, già scomodo al Maniscalco all'inizio della sua carriera. Come scoprire chi è l'autore della poesia antiborbonica trovata tra le carte di Sismondi? Il direttore lo obbliga a leggerla, e il povero impiegato inizierà in modo stentato, poi in un crescendo, sempre con maggiore enfasi, sino a recitarla a memoria, svelandosi così come il vero autore.
Il terzo atto è intitolato "I nodi al pettine". Siamo nel 1860, è giunto il momento della nemesi: l'onnipotente Maniscalco è ora in difficoltà. Deve affrontare la rivolta della Gancia e contemporaneamente è messo al corrente dell'avvenuto sbarco di Garibaldi - eventi avvenuti rispettivamente il 4 aprile e l'11 maggio, riuniti nella finzione scenica. Nella violenza della rivolta del monastero è ferito il giovane maestro fontaniere Francesco Riso che, messo a conoscenza dello sbarco dei Mille, muore felice, al grido di "Viva l'Italia! Viva Garibaldi!". In questo tragico frangente, Sismondi sbuca dalla folla e colpisce a morte Maniscalco con un coltello, anche lui ripetendo: "Viva l'Italia! Viva Garibaldi!". La fine del dramma è un falso storico, ma galvanizza il pubblico, canalizzando la rabbia e l'odio popolare contro il rappresentante del passato ordine costituito. Nelle intemperie degli eventi rivoluzionari dell'Ottocento le polizie dei passati regimi che avevano contrastato il movimento risorgimentale venivano percepite come dispotiche, infide e ambigue. Questo dramma muove proprio da questi sentimenti popolari esternando paure e impulsi covati nel tempo che esplodono  in occasione delle rivolte.

C.S.

Principale bibliografia di riferimento:

- F. A., Salvatore Maniscalco, 1860;
- Montemagno G., Scena in rivolta, Flaccovio , Palermo 1980.