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PASQUALE CALVI, (Messina, 13 febbraio 1794 - Castellammare del Golfo, 20 settembre 1867)

Il busto di Calvi nel Pantheon di Palermo

Il 4 giugno del 1860 una nave approda nel porto di Pozzallo: proviene da Malta e porta con sé, fra gli altri, Pasquale Calvi, che ritorna in patria dopo aver scelto l'esilio, nell'ormai lontano 1849. All'arrivo, prima ancora di ricongiungersi alla sua famiglia, l'uomo va in cerca di Garibaldi, il nuovo dittatore dell'isola, e a lui consegna tutte le armi ed il poco denaro che è riuscito a portare con sé: vuole portare il suo contributo alla liberazione dell'isola. Come ricompensa per la sua opera, viene subito nominato Presidente della Corte di Cassazione di Palermo, prendendo parte attiva alle vicende politiche e istituzionali che travagliano la Sicilia all'indomani dello sbarco dei Mille.
Il momento atteso per quasi undici anni è finalmente arrivato, e Pasquale si lascia andare ai ricordi, e ripercorre le tappe più importanti della sua vita?
Figlio di un ufficiale dell'esercito, da giovane si trasferisce a Reggio Calabria per allontanarsi dal controllo del padre, col quale si scontra a causa delle sue idee liberali antiborboniche. Qui conosce Anna Cacopardo e la sposa. Per sopravvivere, è costretto ad accettare un incarico presso la Sottointendenza di Alcamo. Allo scoccare degli anni '20, la città è fra le prime ad insorgere. Nonostante il suo ruolo istituzionale, Calvi sceglie di schierarsi dalla parte dei rivoltosi, prendendo parte a numerosi episodi di insurrezione. Una volta sconfitti i moti, viene arrestato, in attesa di giudizio, con l'accusa di omicidio, scarcerazione arbitraria, corruzione e minacce all'indirizzo del giudice del Circondario. Dopo tre anni arrivano il processo e l'assoluzione, per insufficienza di prove. Decide di ritornare a Palermo e intraprendere la carriera legale.
L'epidemia di colera del 1837 gli porta via la moglie, che muore dopo una breve agonia lasciandolo solo con quattro figli. Dopo qualche anno, Pasquale si risposa con Rosaria Piloro, una giovane aristocratica di Castellammare del Golfo, che nel 1854 darà alla luce la piccola Emma.
Intanto, Calvi partecipa attivamente alla preparazione dei moti del gennaio 1848 ed entra a far parte del Comitato Generale Rivoluzionario. Diviene anche presidente della Commissione incaricata di studiare l'assetto costituzionale da dare alla Sicilia, e convocare il Parlamento Generale. Inoltre, Ruggero Settimo lo nomina Ministro dell'Interno e della Sicurezza. A malincuore, il 13 aprile, Calvi firma l'atto di decadenza della dinastia borbonica. L'8 maggio, tuttavia, è costretto a dimettersi a causa di insanabili divergenze sorte con gli esponenti del partito moderato intorno al ruolo delle squadre popolari, di cui è strenuo difensore.
Il fallimento dei moti, e l'esclusione dall'amnistia generale accordata dal Filangieri, lo spingono alla scelta dell'esilio: il 16 maggio 1849 si imbarca alla volta di Malta, dove dà vita ad un comitato di cui fanno parte molti altri democratici che avevano vissuto la rivoluzione ed il suo fallimento: fra gli altri, Giovanni Interdonato, Luigi Pellegrino, Giacomo Navarra, Gabriele Carnazza. Nel 1853, con il loro aiuto, pubblica le Memorie Storiche e Critiche della Rivoluzione Siciliana del 1848 e 1849, apparse in forma anonima e con un luogo ed una data d'edizione fittizi: Londra 1851. Dopo l'arrivo di Nicola Fabrizi, la leadership democratica di Calvi subisce un duro colpo: il modenese si fa creatore di un nuovo comitato antagonista, che può contare - a differenza del precedente - sulla piena approvazione di Mazzini, e d'altra parte Pasquale paga lo scotto di un carattere troppo incline alla rabbia, che gli aliena le simpatie di una larga fetta dell'emigrazione, specialmente di coloro i quali erano stati colpiti dalle aspre critiche delle sue Memorie. Qualcuno degli esuli, addirittura, decide di provare a stroncare definitivamente il suo partito: prova ad avvelenarlo con una radice velenosa, ma fallisce l'obiettivo.
Pasquale organizza una spedizione armata. All'inizio del 1853 Luigi Pellegrino si imbarca alla volta di Marsala: con lui ci sono due compagni dell'esilio che s'intendono un po' di navigazione - Francesco Salone e Vincenzo Patti, un fidato collaboratore di Mazzini - e ciò che resta del denaro di Calvi. Secondo il piano, i tre devono fare il primo approdo a Costantinopoli nel giro di sei giorni, e da lì riprendere poi la rotta del Mediterraneo per arrivare a Marsala. Probabilmente è l'inesperienza di quei marinai improvvisati a provocare un attracco di fortuna a Tunisi: i tre amici, a quel punto, dimenticano la missione per regalarsi pochi giorni di spensieratezza, quanti i risparmi che hanno con sé ne possono comprare; i compagni restano ad attenderli per giorni, e per alcuni quel tempo è fatale: vengono scoperti dalla polizia borbonica, e arrestati.
All'inizio del 1854 il gruppo decide comunque di organizzare una nuova spedizione, e sceglie di affidare l'incarico a Giovanni Interdonato e Giuseppe Scarperia. La nave approda in Sicilia la sera del 24 maggio, e quattro giorni più tardi i compagni sono pronti a ripartire per Malta: vanno a prendere rinforzi, poi torneranno a liberare la Patria. Quando si apprestano a lasciare casa, tuttavia, si ritrovano all'improvviso circondati da una compagnia d'armi: li cercano da giorni, da quando qualcuno, a Malta, ha preannunciato alla Polizia di Palermo uno sbarco clandestino nei pressi di Messina. Dopo un  conflitto a fuoco, sono catturati e arrestati. Nessuno sa che a tradire è stato Girolamo Speciale, una spia borbonica che si finge un esule: gli odi si concentrano invece su Francesco Savona, un affiliato al gruppo di Fabrizi che si era avvicinato al comitato di Calvi qualche settimana prima della spedizione.
I problemi non sono finiti: nel 1855 deve subire un processo per la pubblicazione delle Memorie, intentatogli dal suo ex amico Giacomo Navarra, che lo accusa di avergli sottratto con l'inganno dei soldi che sarebbero serviti alla pubblicazione di quei libri. In realtà, si tratta di una mossa con cui il Navarra cerca - riuscendoci - di ottenere la benevolenza delle autorità borboniche per rientrare in patria. Pasquale è costretto a subire il tradimento dell'amico e un lungo processo, che si trascina per tre anni (al termine dei quali sarà comunque assolto) e lo mette al centro di una virulenta campagna stampa per mano dei fogli reazionari presenti a Malta. È per discolparsi definitivamente che scrive l'Appendice alle Memorie (clicca qui per leggerne il testo completo), un nuovo, fitto volume in cui racconta le vicissitudini di cui si sente vittima.
 



Arriviamo alle soglie del 1860: Calvi stringe sempre più i contatti con la Sicilia, e dopo la spedizione di Garibaldi fa ritorno in Sicilia. In qualità di Presidente della Corte di Cassazione, è lui a consegnare a Mordini i risultati del plebiscito siciliano, all'inizio di novembre: «Signor Prodittatore, Onorati il Supremo Collegio della Magistratura del Nobile ministero dello scrutinio dei voti con cui il Siciliano popolo ha risposto alla proposizione:"Vogliamo L'Italia una e indivisibile con Vittorio Emmanuele Re Costituzionale e suoi legittimi discendenti" [?]. Venghiamo a presentarvi, o signore, il solenne documento che attesterà alle età future il più gran compito che abbia fornito un popolo nella carriera dei suoi destini dandosi libero, spontaneo in governo analogo ai tempi e alla presente civiltà; che attesterà la parte, e non tenue, che questa nobile Provincia ha dato alla fondazione dell'opera gloriosa dell'Italica nazionalità, una e indivisibile sotto lo scettro costituzionale di un Re, il cui nome passerà nei fasti del mondo col glorioso attributo unico di Re Galantuomo, opera immortale, in primo luogo del Gran Cittadino che ha già riempito il mondo di una fama imperitura, in secondo luogo della eletta schiera dei nostri fratelli del continente che divisero coi nostri prodi i pericoli ed i sacrifici di sangue e di fortuna, e finalmente del concorso efficace vostro, o signore, che siete stato sinora il supremo reggitore delle cose nostre».
La lettura di quel verbale procura a Calvi una ventata di polemiche: c'è chi lo accusa di incoerenza, chi di aver segretamente cospirato contro il regime di Garibaldi. È per rispondere a quelle calunnie che pubblica sul giornale «La Forbice»una lettera al Consiglio dell'Interno e della Sicurezza Pubblica: «Sappiate dunque, o signori, che le mie opinioni, in tutti i tempi (e credo averne dato al mio paese buona e ineluttabile prova) han tenuto accordo coi miei atti. Volgete quindi gli occhi ai due, e più solenni della mia vita, al mio giuramento come magistrato nel 1840 e al mio voto come cittadino, e vi avrete per essi, irrefragabil testimonio della mia coscienza politica». Le parole di Calvi tuonano chiare: è stato il ruolo pubblico che ricopre a costringerlo alla lettura di quel documento, lui che insieme a Crispi e Cattaneo si è fatto, fino all'ultimo, strenuo portavoce della necessità che fosse un'assemblea elettiva, e non un plebiscito, a dichiarare l'annessione. Alla fine, anche lui, come gli altri, si è ritrovato vinto, costretto a cedere ad una maggioranza approdata in blocco ad una posizione diversa dalla sua.
Il problema, comunque, non è solo quello. Presto, infatti, il governo piemontese inizia a guardare con sospetto gli esponenti della democrazia radicale, specie se di simpatie repubblicane e socialisteggianti, come nel caso di Calvi. Si teme, soprattutto, che restando in Sicilia possa usare le proprie amicizie per tentare un colpo di mano rivoluzionario. Non lo aiuta, poi, il fatto di snobbare sin dalla prima seduta le adunanze alla Camera, cui pure è stato eletto nelle consultazioni del 1862: viene quindi trasferito a Firenze, e a partire dal 1865 a Torino; non esiterà a definire quel trasferimento un nuovo esilio, ancora più sofferto del primo.
Intanto, inizia la stesura del suo Catechismo politico, uno scritto ancora più radicale di quelli del passato, quasi una sfida all'indirizzo del governo.
A settembre del 1866 il colera dilania la Sicilia: Pasquale chiede un periodo di aspettativa e parte alla volta di Castellamare, dove i suoi familiari hanno trovato riparo; alla fine del mese scrive a Crispi - il solo contatto, oramai, con i circuiti politici di una certa rilevanza - per invocare il suo interessamento, affinché gli sia concesso di rimanere un altro mese in Sicilia. L'intervento di Ciccio, se pure tempestivo, si rivela inefficace: Calvi è costretto a imbarcarsi per Genova, e a patire una lunga quarantena nella città del Levante per far ritorno al suo ufficio.
Alla metà di giugno del 1867, dopo aver saputo del trasferimento a Napoli del presidente della Cassazione di Palermo, si affretta a scrivere all'amico Crispi: «Credete voi che il profittare dell'occasione, e il chiedere la mia traslocazione a Palermo, potesse recar pregiudizio all'avvenire? Io ò tanta fede in voi, [?] nella vostra sagacia [?]. Se credete che il farne la dimanda non sarebbe che innocuo, avvisatemi tosto perché io possa promuovere la mia istanza, e non lasciate che altri mi prevenga». Poco dopo, non c'è più tempo per la scrittura: le notizie dalla Sicilia si fanno sempre più allarmanti, e Pasquale abbandona il suo ufficio per andare vicino alla famiglia. All'inizio di settembre è sull'isola, e dopo pochi giorni contrae il colera. Si spegne alla fine del mese, accanto ai suoi cari. Il suo corpo riposa nel Pantheon di Palermo.

 

A.F.

 Principale bibliografia di riferimento:

- [Calvi P.], Memorie storiche e critiche della rivoluzione siciliana del 1848, Londra, 1856;
- [Calvi P.], Memorie storiche e critiche della rivoluzione siciliana del 1848, Appendice, Londra 1851;
- [Calvi P.], Poche osservazioni sopra un atto del 28 febbraro 1849 indiritto ai Siciliani, Palermo, 1849;
- [Calvi P.], Poche parole sulla Rivoluzione Siciliana all'alba del 12 gennaro 1848, Palermo, 1848;
- Alatri P., Lotte politiche in Sicilia sotto il governo della Destra (1866-74), Torino 1954,
- Bonello V. - Fiorentini B. - Schiavone L., Echi del Risorgimento a Malta, Malta 1963;
- Gaudioso M., Nel centenario della morte di Pasquale Calvi. La polemica quarantottesca in Sicilia, in Movimento operaio e socialista, XIV (1968), 1-2, pp. 25-54.
- Guarnotta C., Pasquale Calvi nel Risorgimento siciliano, in La Sicilia nel Risorgimento italiano, I (1931), 2, pp. 9-62;
- Nicotri G., Pasquale Calvi e il Risorgimento siciliano, Palermo 1914;
- Nicotri G., Rivoluzioni e rivolte in Sicilia, Torino 1910.