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GIOVANNI CORRAO (Palermo, 17 novembre1822 - 3 agosto 1863)

Originale conservato presso Museo del Risorgimento

«Il giorno 26 marzo dopo aver preso tutte le misure per tenere celata la spedizione dei due generosi, onde non far che il Console Napolitano non la penetrasse, e dopo aver impegnato l'Eroe italiano Generale Garibaldi a portarsi in Sicilia mercé avviso per coronare di buon esito la rivoluzione sicula. Alle 3 ?p.m.: si sono imbarcati». Ecco l'inizio dell'esperienza, descritta dallo stesso Corrao, nel Sunto di storia della spedizione dei prodi Cav. Rosalino Pilo e Giovanni Corrao che iniziarono la rivoluzione siciliana, dei Dioscuri del Sessanta, precursori della spedizione garibaldina. Il racconto di Corrao, sgrammaticato quanto ingenuo, insieme a varie lettere inviate sul momento a Crispi, Fabrizi e Bertani, offrono un quadro sincero e veritiero del pericoloso viaggio che i due patrioti effettuarono nell'isola nell'aprile del 1860 per rannodare rapporti ed organizzare squadre in armi. Da Messina, passando per S. Lucia del Mela, Barcellona, S. Agata, Mistretta, raggiunsero la provincia di Palermo, dove toccarono diversi centri. L'audacia e la capacità organizzativa di Corrao furono altrettanto produttive quanto l'autorevolezza di capo e di oratore di Rosalino Pilo.  In maggio i due si unirono alla spedizione dei Mille.
Giovanni Corrao, il "Generale dei picciotti", dopo la morte nelle colline di S. Martino delle Scale, vicino a  Monreale, di  Rosalino Pilo, proseguì l'impresa, conducendo le squadre verso Palermo dove, seguendo gli ordini del Generale Garibaldi impegnato nel ponte dell'Ammiraglio,  penetrò in città dalla parte dell'Olivuzza, giungendo a San Francesco di Paola e a porta Maqueda.
Giovanni Corrao, per la sua forte e, in qualche modo, pittoresca personalità rimane uno dei personaggi più controversi del Risorgimento e il suo percorso di vita tra i più interessanti. Indomito patriota, combattente per la libertà della Patria, egli fu un personaggio molto sicuro di sé e delle personali convinzioni, dalle quali non si discostò mai, sostenendole in più occasioni fino alle estreme conseguenze.
Nato il 17 novembre 1822 nel quartiere Borgo di Palermo, dove esercitò il mestiere di calafato  ereditato dal padre, mostrò  sin da giovane il coraggio e l'audacia necessari per conquistare il pieno rispetto degli altri. Nel 1848 egli manifestò la sua viva fede anti-borbonica a Messina, Catania e a Palermo, dove intrecciò diverse amicizie, organizzò squadre e condusse imprese che lo resero noto soprattutto negli ambienti democratici. Al ritorno dei Borboni lasciò l'isola per rifugiarsi a Malta, da dove rientrò poco dopo. Scoperto dalla polizia venne arrestato e confinato nel 1852 ad Ustica, da dove tentò la fuga, ma  invano: fu subito preso e rinchiuso nelle prigioni della Cittadella di Messina. Nel 1856, avendo ottenuto il permesso di lasciare i Reali domini, si recò a Marsiglia e da qui negli SDtati Sardi, dove nel 1857 fu emesso nei suoi confronti un ordine di espulsione dal ministro Urbano Rattazzi, che lo riteneva soggetto «capacissimo di male azione e pericoloso anche in genere politico». Lasciati gli Stati Sardi si rifugiò a Malta, raggiunse poi Alessandria d'Egitto, per rientrare nel 1859 in Italia. Da Genova partì con Rosalino Pilo per preparare l'isola alla spedizione garibaldina, che egli seguì in tutte le fasi.
Nominato Colonnello dell'Esercito Regio, preferì dimettersi per la sua netta opposizione al governo di Torino, soprattutto sulla questione dello scioglimento dei volontari. Fu invece molto recettivo alla chiamata di Garibaldi al grido "O Roma o Morte" e nell'agosto del 1862, dopo aver raccolto numerosi volontari (pare che solo nel bosco della Ficuzza ne avesse radunati circa 3.000) seguì il Generale in Aspromonte. I suoi uomini ebbero qui il coraggio di aprire il fuoco contro i bersaglieri e fu necessario l'intervento risoluto di Garibaldi perché lui e i suoi volontari fossero riportati all'ordine.
In Sicilia, dopo il rientro, lo attendeva un tragico destino: il "Generale dei Picciotti"il 3 agosto 1863 venne assassinato in circostanze misteriose. Nulla si scoprì circa gli autori dell'assassinio, ciò che è certo è che una gran folla, proveniente per lo più dalle campagne del circondario palermitano, accompagnò il suo feretro, chiedendo a gran voce al governo che il delitto non rimanesse impunito.
La storia di questo personaggio diventa ancor più affascinante dopo la morte. La salma, che secondo la richiesta di alcuni nobili dell'isola, doveva trovare posto nella Chiesa di San Domenico vicino  a quella di Rosalino Pilo, fu invece conservata, dopo l'imbalsamazione, nelle catacombe  dei Cappuccini. Ma anche qui non ebbe vita semplice, poiché quando il Municipio di Palermo, dopo l'unificazione,  dispose che tutti i cadaveri imbalsamati nelle catacombe  venissero interrati, un frate nascose  la bara contenente il cadavere mummificato del Corrao in un vano della terrazza coperta del convento, occultandola con un muro. La mummia venne scoperta durante dei lavori di ristrutturazione molto tempo dopo e rimase attrazione per i visitatori delle catacombe fino al 1960 quando, in occasione delle celebrazioni ufficiali del Centenario, che prevedevano anche la visita del Presidente della Repubblica, furono richiesti dei funerali solenni, celebrativi  dell'Eroe, visto che quelli religiosi gli erano stati negati. Il 21 maggio 1960 il cadavere del generale Corrao, accompagnato da un degno corteo, trovava finalmente definitivo riposo  nel chiostro della Chiesa di San Domenico, Pantheon riservato agli uomini illustri. 

M. G. P.

Principale bibliografia di riferimento:

- De Maria U., Pagine ignorate della vita di Giovanni Corrao precursore dei Mille, in «Atti della R. Accademia di Scienze e Lettere ed Arti», Palermo 1941;
- Falzone G. , Il «GENERALE CORRAO», in «Archivio Storico Siciliano», serie IV, vol. I, Palermo;
- Guardione F., La spedizione  di Rosalino Pilo nei ricordi  di Giovanni Corrao, in «Rassegna Storica del Risorgimento», Roma 1917.