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EMERICO AMARI (Palermo, 10 maggio 1810 - 21 febbraio 1870)

Dopo 11 anni era di nuovo a Palermo. Era l'estate del 1860. Cacciati i Borboni e instaurata la dittatura garibaldina, lo accoglieva il caldo torrido di agosto in una città in fermento, lo accompagnava la consapevolezza di essere di fronte ad una svolta e il timore di non riuscire ad affrontarla con gli strumenti adeguati. Emerico Amari, giurista, filosofo, storico del diritto, tornava in patria nei giorni in cui impazzava il dibattito sulle modalità di inserimento della Sicilia nello Stato unitario. Lo studioso non aveva dubbi: il plebiscito avrebbe portato all'annessione incondizionata dell'isola al Piemonte, opzione alla quale anni di studi lo avevano reso del tutto ostile.
Rampollo di una delle più antiche e nobili famiglie siciliane, figlio del Conte di S. Adriano Mariano Salvatore, si laureò in Giurisprudenza nel 1830, ma preferì alla carriera forense il proseguimento degli studi di filosofia e la collaborazione con il  Giornale di statistica, pubblicazione periodica sorta nel 1835, soprattutto per impulso di Francesco Ferrara. A costui lo legò un importante rapporto di amicizia, che coinvolgeva anche Vito D'Ondes Reggio, e che indirizzò i suoi studi verso il pensiero federalista. Quel trio di intellettuali si rivelò particolarmente pericoloso agli occhi della polizia borbonica. Amari aveva avuto modo di rendere pubbliche le proprie convinzioni liberali negli anni in cui resse la cattedra di Diritto Penale all'Università di Palermo. In particolare fu una sua lezione sulla pena di morte nel dicembre 1842 a destare scalpore. «La sala della scuola divenne angusta all'immenso uditorio accorso a sentirlo - avrebbe ricordato un suo allievo - molti rimasero sul limitare della medesima, alcuni salirono sui rialti delle finestre; i più che poterono capire nell'aula non ebbero agio di sedersi, e dovettero star ritti in piedi. Egli sostenne coi più valevoli argomenti e con la profonda convinzione che ingenera nell'animo la coscienza della verità, che l'estremo supplizio dovesse cancellarsi dai codici dei popoli civili». Tanta passione civica non poteva che generare la diffidenza delle autorità, che si ricordarono del filosofo alla vigilia dello scoppio della rivoluzione del 1848: fu arrestato insieme a Ferrara e Perez  nella notte fra il 9 e il 10 gennaio. Liberato  grazie al successo della sollevazione popolare, svolse un ruolo cruciale nel governo dell'isola indipendente. Fu membro del comitato rivoluzionario di Palermo, sostenne il ripristino della Costituzione del 1812 contro l'ipotesi di convocazione di una nuova assemblea costituente, venne eletto deputato al Parlamento siciliano, vicepresidente della Camera dei Comuni, fu mandato in missione a Roma, Firenze e Torino come rappresentante del governo siciliano insieme a Giuseppe La Farina e a Casimiro Pisani. La centralità di Amari nelle vicende del Quarantotto siciliano venne riconosciuta anche da Filangieri, che ripristinato il governo borbonico sull'isola, lo escluse espressamente dal provvedimento di amnistia insieme ad altri 42 siciliani. Il filosofo scelse dunque la via dell'esilio che, passando per Malta, lo condusse a Genova. Qui resse la cattedra di diritto costituzionale, pubblicò nel 1857 la Critica di una scienza delle legislazioni comparate e collaborò alla rivista torinese Economista.  Il diritto comparato, le dottrine liberiste, lo storicismo di Giovambattista Vico gli fornirono il bagaglio scientifico da offrire a servizio della sua terra d'origine nell'estate 1860. Ma l'ostinazione con cui era stata perseguita la nuda annessione della Sicilia al Regno sardo, ignorando l'ipotesi federalista, lo condusse al rifiuto di qualsiasi incarico gli venisse offerto: non volle sedere al tavolo del Consiglio straordinario di Stato, istituito dal prodittatore Mordini, né a quello del Consiglio Superiore di istruzione pubblica di Sicilia. Non durò nemmeno un mese la sua esperienza di consigliere per l'Interno durante la Luogotenenza in Sicilia di Massimo Cordero di Montezemolo nel gennaio 1861, e solo un anno quella di deputato alla Camera del Parlamento italiano, dato che nel 1862 dovette dimettersi per una grave malattia che portò il figlio alla morte. Il 1867 sembrò riconciliarlo con l'attività politica,  ma non si impegnò che in un'ultima battaglia parlamentare, contro il disegno di legge per la soppressione delle corporazioni religiose e la liquidazione dell'asse ecclesiastico: alla fine di quello stesso anno rimise il mandato e si ritirò definitivamente dalla vita pubblica. Visse i suoi ultimi anni a Palermo, dove morì il 21 febbraio 1870.

C.M.P.

Principale bibliografia di riferimento

- L. Sampolo, Commemorazione di Emerico Amari letta il 29 novembre 1870 all'Università di Palermo, Palermo 1871.