II

Un colpo ardito, e condotto con grande avvedutezza e sangue freddo, per cui potemmo, passo passo in poche centinaia, di posizione in posizione stringere il numero di Messina, recò grande onore al nostro Capo; e forse, per ciò che egli fidò nella passiva obbedienza e nell’ardire calmo e sicuro di una giovane truppa, e per il successo che ne ottenemmo, valse a onorare noi stessi, che non fummo minori alla fidanza sua; ma soffocò l’ultima nostra impazienza di misurarci a campo aperto cogli strumenti della tirannide, sul suolo siciliano.
Da Santa Lucia, appena trecento, movemmo per Pace.
Da Pace indi per Spadafora, cauti e sicuri ricevendo tratto tratto conoscenza delle mosse del nimico, sulle quali dovevamo prender guida per proceder oltre, ovvero volgere sui monti a guadagnarli il fianco.
A Spadafora ci raggiunsero alcune Squadre.
Fatti certi del movimento retrogrado dei Borbonici verso Messina, procedemmo sino al Gesso, e il nemico alle alture di fronte. Dal Gesso pure con muovere alcune fazioni, minacciandogli or l’uno, or l’altro fianco pei monti, e assumendo attitudine aggressiva di fronte, simulando forze maggiori per tentare di sloggiarlo. E finalmente sloggiato, c’inoltrammo con tanta rapidità da inquietar la retroguardia, occupando noi Torre S. Rizzo, e da  ridurlo a mettersi sotto la protezione dei forti esterni di Messina, Gonzaga e Castellaccio; la nostra vanguardia a mezzo tiro di fucile, imboscata nelle alture dominanti; la squadra e gli uomini disarmati diretti sopra ciglioni, dilatando il movimento a destra, per dimostrare di avvilupparne il fianco, di modo che nella frigida notte su quelle alture, ancorché verso la fine di Luglio, i fuochi facevano il più strano spettacolo, e ne avresti creduto di una estesissima linea di campo. Quei fuochi , e il continuo rimbombo di fucilate che tiravano uomini di squadra, cui rispondevano a caso i regi, riempivano di ansietà gli abitanti di Messina e dei dintorni.
Ma invece i nostri dell’avanguardia obbedivano agli ordini di non tirar colpo se non aggrediti, tenendosi pronti colle armi in pugno, sorpassati sul capo palle amiche e nemiche, nell’impassibilità e vigilanza di veterani, per agir solo in caso di movimento del nemico in avanti. – Erano due giovani Capitani, uno di Palermo, e l’altro di Messina, che comandavano le posizioni, con tanta calma e precisione alle istruzioni.
Appena albeggiava, scoprivamo il nemico già in marcia di ritirata su Messina; e occupavamo il suo ultimo campo.
E noi trecento militi di pochi giorni, con forze alternanti di squadre, potemmo arrivare a contare le fronti dei battaglioni sul piano di Terranova, sotto la protezione di quelle bocche, che dodici anni prima avevano fulminato distruzione e morte sulla bella città. Erano presso a otto mila e più soldati che i rapporti ci denunziavano per dieci mila. Ci parve avere bene meritato per la nostra condotta, e sommamente lo avesse il nostro Capo; e noi inorgoglimmo della nostra attitudine, da quelle dominanti posizioni, guardando a un nemico sì forte, per non dire formidabile.
Non erano cessate le difficoltà – Nell’interno della città i regi aveano ancora alcuni posti, e altri al di fuori. Il Municipio temeva il tumultuare della plebe e dei forzati liberati, per la pubblica e privata proprietà, e credendo esser noi Corpo di Esercito, e non una mano di ardimentosi, dimandava aiuto di forze per i pubblici stabilimenti. Il solo defilare ci avrebbe svelati al nemico; né conveniva abbandonare posizioni, che solo poteano farci resistere aggrediti, ed aspettarvi soccorso.
Il nostro Comandante scendeva in città, segretamente a noi, sperando dalla sua presenza effetto sulla moltitudine, che come sempre generosa nei casi solenni, corrispose alla sua fiducia. – Ma il Generale nemico minacciava irrompere in ostilità sulla città, se il Comandante non si ritirava, e ad ogni nostra marcia ulteriore in avanti. Ritornava il Comandante tra noi: si ampliava il cerchio d’occupazione dintorno alla città, distendendoci in nuove posizioni sui colli.
Dopo il meriggio a marcia forzata arrivava col suo corpo il General Medici; e forse non avrà dimenticato le sue proprie impressioni, giacché si esprimeva lusinghiero di lodi pel picciol numero, e per l’ordinamento, per la condotta delle nostre operazioni, pel successo e l’ardire in cui ci trovava.
Egli a colpo d’occhio vedeva noi e il nemico, la nostra e la sua attitudine.
Dopo la convenzione, i cui preliminari furono provocati da noi, iniziata dal Governatore e stipulata da Medici, si occupava la città di Messina; noi onorati dallo stesso Generale Medici dell’avanguardia, e accolti come liberatori.
E in vero noi recavamo armi da lungo preparate a quel punto che per venti e più anni l’uomo che ci guidava aveva considerato per ragion politica e militare di somma importanza, spesso contrariato da esitanze e gelosie di partito. Vi arrivavamo invece per una successione non prevedibile di movimenti, che quasi per destino in onta ai contrarii, compiva nelle sue, le nostre condivise aspirazioni dell’esilio.
Venuti i giorni della spedizione sul Continente, noi eravamo già a nuove pruove di abnegazione.
Era stata disposizione del General Garibaldi che in Messina restasse la Divisione comandata dal Generale Medici, e della quale noi facevamo parte; ma Medici recatosi al Faro trattò e ottenne far parte del Corpo spedizionario, non geloso però abbastanza dell’amor proprio di tutti i suoi dipendenti, come del suo: il General Sirtori mentre sostituiva Garibaldi, pensò che alle difficoltà di Messina, abbandonata  ad una guarnigione assottigliata, e alla delicatezza del servizio, meglio di tutti convenisse il nostro Comandante e il nostro Corpo; o almeno così egli decise di convenire. Infatti è vero che, nonostante la convenzione, spessi ricambi d’ostilità aveano avuto luogo sino a presentare lo spettacolo di un iniziato bombardamento e che per ordine del General Medici il servizio di avamposti da qualche tempo era esclusivamente  di nostro conto, come vi si continuò indi per mesi.
Vedemmo uno a uno individui de’ nostri stessi, per posizione speciale partire a onorarsi di gloria: e noi lusingati bensì per più tardi, delusi sino alla fine, e se taluno si fece a rimostrarne, fu ammonito severamente; e la diserzione rimarchevole d’un individuo, ancorché pel campo, bastò a fornire occasione per farne intesi, come l’onore sta nella fedeltà del dovere, anziché nell’ansia dell’ardore.
Il nostro Capo ci fu fin tolto, chiamato a funzioni più elevate; ma restò il suo insegnamento e la sua fiducia fra noi: quindi freddi osservanti del nostro mandato sino alla fine, stemmo di fronte al nemico rinchiuso nella fortezza minacciante, e sempre pronto a profittare di ogni migliore momento di fortuna. Alla prima speranza, a ogni provocazione, a ogni debolezza, avrebbe rasa la città di Messina, o impostole taglie, come tentò, e che seppe solo contenere un’attitudine riparata costantemente tra il vigore e la saggezza.
Pagammo tributo anco di alcune vittime alla salvezza del Paese e dell’onore; e la impassibilità con cui si sosteneva il fuoco dei forti sembrò talvolta ammirevole agli stessi Comandanti dei navigli stranieri, che ancoravano in quel porto, e dimandavano della qualità delle truppe che fornivano gli avamposti.
E giova ricordare che per la nostra attitudine e la pressione usata sul morale dei borbonici, si fecero liberare i nostri prigionieri dalla Cittadella; e che vi furono Consigli di Guerra per la cessione della stessa, che non ebbe luogo per istruzioni nuove da Gaeta.
Noi fummo convinti di aver adempiuto il dover nostro.
Però se gravi furono le nostre missioni, e noi fummo uguali alla loro importanza, come essere dimenticati da coloro che ad esse ci destinarono, oggi distributori di premi, e di dimostranze dei benemeriti?
Ma se si giudica oggi illusione la gravità degli incarichi, e quindi l’importanza dei servigi prestati, perché avervi destinati noi non ultima specie di elementi, e guidati da uomo che per età, per sagrifici, per prove non comuni, avea ben dritto a essere apprezzato della propria stessa abnegazione nella sua calma e subordinata dipendenza a più giovani, e più nuovi nella carriera?
Noi attendiamo tranquilli nel sottoporre queste considerazioni al pubblico apprezzo; ma ci duole soprattutto se tali inconvenienti possono accrescere di alcun modo la diffidenza della giustizia tra gli uomini, che pur servono sotto lo stendardo dell’unità, che vuol dire fratellanza»

 “Alcuni spedizionari da Malta ex-uffiziali
dell’Esercito Meridionale Divisione Medici,
Brigata Fabrizi (17ma Divisione 2da Brigata.)”