Martedì, 30 novembre 2021
Il portale: ricerca
Home 
Home | I 150 anni dalla spedizione dei mille | Sicilia 150 | Un mosaico di attori | Biografie | Ferrara

FRANCESCO FERRARA (Palermo, 7 dicembre 1810 - Venezia, 22 gennaio 1900)

Il «Principe degli economisti italiani» durante i preparativi per l'impresa dei Mille si trovava a Pisa, dove, da poco, era stato nominato professore universitario di Economia Politica. Le scelta non fu casuale: in Toscana si erano trasferiti altri esuli palermitani suoi amici come Perez ed Emerico Amari. In un primo tempo, nell'incertezza delle notizie Ferrara si dimostrava ostile alla spedizione. Scriveva nel 1860: «In Sicilia si son fatti entrare, una ventina di giorni addietro 12.000 fucili, munizioni ed altro, il movimento è organizzato [?] Il Parlamento sarebbe convocato con la legge elettorale del 1848, ma la dittatura sarà proclamata sin dal primo momento e le Camere non dovranno che sanzionare l'annessione». I suoi dubbi sono tanti così come sono tante le voci contrastanti: sulla destinazione, sulla dittatura e sulle modalità con le quali la Sicilia doveva entrare a far parte del regno che si stava per formare. Messo al corrente, sostenne l'iniziativa entrando a far parte di un comitato per cercare sussidi da destinare all'impresa. Entusiasta nel momento di attivarsi, mantenne il suo spirito critico e scriveva al cognato Giuseppe Bracco Amari nel giugno 1860: «Oltre alla rivoluzione così eroicamente fatta dai nostri compatriotti, vi è la conquista, così abilmente e risolutamente voluta dal governo sardo. Io non posso morire col rimorso di avervi contribuito. La Sicilia si troverà rovinata se ciecamente segue l'esempio della Toscana e dell'Emilia. Essa dovrebbe [...] coniugarsi all'Italia e alla gran causa italiana, senza cadere nell'agguato che il partito piemontese le tende». Ferrara dunque non credeva nell'annessione incondizionata al Piemonte ma ritornava all'idea federale italiana per lasciare margini di libertà alla Sicilia. Non poteva e non voleva partecipare ad un processo di unificazione che pregiudicasse l'autonomia siciliana e arrivò a proibire al figlio Ciccillo, giubba rossa, di continuare l'impresa in Calabria fino a Napoli per liberarla; a tal proposito scrisse al cognato: «Garibaldi può seguire i suoi grandi piani, e lo trovo degno di ammirazione in ciò: ma che un siciliano vada a portare la libertà a coloro che l'han tolta a noi, che si son battuti tanto per impedire l'emancipazione della Sicilia, questo è per me un orrore». Iniziò quindi a costruire una rete, per coagulare gli autonomisti siciliani intorno ad un programma politico che prevedesse l'unificazione al Piemonte pur mantenendo estese autonomie, in primis un Parlamento separato. A questo scopo, nel luglio del 1860 si recò a Torino, dove inviò a Cavour le famose «Brevi note sulla Sicilia», nelle quali, dopo aver illustrato i mali che avrebbe causato l'annessione incondizionata, proponeva un sistema di tipo federale sul modello americano. Il suo progetto contemplava una competenza legislativa esclusiva statale sulle materie di interesse comune (come l'esercito, politica estera, sistema doganale etc.): tutte le altre sarebbero spettate a istituzioni siciliane dirette da un proprio esecutivo e un proprio viceré. Insomma, un «sistema federativo all'americana sotto il quale gli stati italiani conserveranno le proprie esistenze, e intanto formeranno uno stato unico e forte, che con unica finanza, unica armata, unico commercio, unica bandiera, costituisca la nazionalità». La costruzione della Nazione Italiana era possibile solo con queste premesse: «La fusione incondizionata è un'utopia, il decentramento amministrativo rispetterà le esigenze peculiari della Sicilia, che non dovrà perdere il vantaggio di amministrare i suoi interessi». Nota fu la secca risposta del presidente del consiglio piemontese, che rifiutò l'ipotesi senza mezzi termini, scrivendo al conte Michele Amari: «Se l'idea italiana non ha nessuna influenza in Sicilia, se l'idea di costituir una forte e grande nazione non è ivi apprezzata, i Siciliani faranno bene ad accettar le concessioni del Re di Napoli e di non unirsi a popoli che non avrebbero per loro né simpatia né stima». Per inserirsi nel dibattito  politico che si svolgeva in quei giorni in Sicilia, Ferrara diede allora alle stampe un opuscolo intitolato «Cennisul giusto modo di intendere l'annessione della Sicilia all'Italia», nel quale snelliva la struttura del memorandum presentato a Cavour per renderlo più agevole ai lettori, lasciando immutata la sostanza. Nelle conclusioni ai «Cenni» l'intellettuale palermitano giungeva a sostenere che: «L'esempio della Sicilia avrebbe fornito al Governo ed ai Legislatori del regno italiano tutti i lumi che occorrono, per operare nelle altre provincie la transizione, da un sistema rigorosamente unitario, a un sistema nel quale la unità monarchica riesca più compatibile con la dignità e la libertà dell'essere umano, con l'attività delle piccole agglomerazioni locali, con gli elementi insomma che ripudiare è impossibile senza troncare i nervi della vitalità italiana». Da questo brano, emerge chiaramente come i temi della libertà e delle autonomie locali fossero per lui imprescindibili e per questo necessari alla fondazione della nuova entità statale. Nel settembre del 1860 assunse l'incarico di Direttore delle Dogane e dei Dazi indiretti a Palermo e poco dopo, il 19 ottobre 1860, entrò a far parte del Consiglio straordinario di Stato istituito dal prodittatore Mordini allo scopo di elaborare un progetto di legge per la riforma amministrativa (clicca qui per leggerlo), che non ebbe alcun seguito perché caduto in secondo piano dopo il plebiscito che stabiliva l'annessione incondizionata. Il politico Ferrara era stato battuto, ma tenace come sempre continuò le sue numerose attività: economista, giornalista, scrittore, amministratore.
Nonostante, i suoi natali non fossero stati nobili, figlio di Francesco e Rosalia Alaimo, aveva goduto di una istruzione superiore al suo livello sociale iniziata come chierico nell'antico e prestigioso, Collegio dei Gesuiti, grazie al potente Principe di Castelnuovo, Carlo Cottone, presso cui lavorava il padre. Ben presto lasciò l'abito talare e gli studi di medicina, tentando e, dopo alcune vicissitudini, vincendo nel 1833 un concorso per un posto nella Direzione Generale di Statistica, nuova branca dell'amministrazione borbonica guidata da Saverio Scrofani. All'interno dell'ufficio, Ferrara si distinse per gli scritti teorici e metodologici editi nel "Giornale di Statistica", pubblicazione da lui promossa insieme all'amico Emerico Amari sin dal 1836. La sua rete di amicizie si collocava nel circuito degli intellettuali liberali del calibro di Michele e Emerico Amari, Raffaele Busacca, Vito d'Ondes Reggio e Francesco Perez.
Negli anni Quaranta iniziò una nuova stagione nella sua vita: la scelta del matrimonio con Maria Bracco Amari, dalla quale ebbe due figli, e l'avviamento della sua attività come giornalista, prima come semplice «socio corrispondente» nella "Ruota. Giornale per la Sicilia" (1840), e poi nel più importante "Giornale del commercio", organo della Camera consultiva di commercio di Palermo presso la quale svolse la sua attività di segretario. La sua impronta nella pubblicazione fu determinante, tanto da trasformarla da bollettino di informazione in strumento di opinione e di propaganda del liberismo: proprio questo, tuttavia, causò la chiusura del giornale.
Da questo momento Ferrara iniziò a criticare apertamente il regime borbonico e a tal proposito famosa fu la sua prolusione del dicembre 1847 al liceo «Tulliano» di Palermo, intitolata «L'economia politica è una nuova fase del bisogno della libertà», così come la Lettera di Malta , stampata in modo anonimo a Palermo e diffusa nella città nel dicembre del 1847, nella quale incitava apertamente la popolazione a ribellarsi ai Borboni.
Arrestato a seguito della stampa di un manifesto che annunciava l'avvio della rivoluzione del 12 gennaio 1848, fu scarcerato dopo l'avvio del moto. Durante il governo rivoluzionario fu proclamata la libertà di stampa così in Sicilia - e in particolare a Palermo - fu un fiorire di giornali, tra i quali si distinse per il suo spessore "L'Indipendenza e la Lega" (feb.-dic. 1848), del quale Ferrara era proprietario e direttore, dove per la prima volta espose in modo organico le sue teorie federaliste e autonomiste collegandole al liberalismo. Convinto assertore dell'autonomismo siciliano, vedeva nell'ipotesi confederativa italiana la via d'uscita naturale alla rivoluzione del 1848, e a tale scopo partì con la delegazione  siciliana per offrire la corona al Duca di Genova. Rimasto volontariamente a Torino in esilio, promosse un Congresso nazionale federativo, dove molti intellettuali e politici da tutte le regioni d'Italia si riunirono dal 10 ottobre 1848. La controrivoluzione riportò l'ordine, restaurò nuovamente i sovrani e interruppe l'iniziativa minata al suo interno anche dai contrasti emersi tra Ferrara e Gioberti. La sua fedeltà - talvolta con punte di intransigenza - verso il binomio liberismo economico/liberalismo politico e verso la linea federale lo portarono spesso a criticare le scelte governative sabaude. Quando poi si profilò l'ipotesi della guida piemontese nel processo unitario, esplicitò da subito i suoi dubbi su «L'Economista» nel 1856: «Carattere, usanze, ingegni, maniere, abitudini della vita, memorie passate e monumenti rimasti tutto è diverso in questa lunga penisola, ciascuna parte d'Italia ha il tipo suo, e il bisogno di governarsi a suo modo. Ciascuna grande città è sovrana entro la sfera a cui si estendano le sue naturali e secolari influenze». Non credeva che lo Stato Sabaudo avesse alcun titolo per governare l'Italia, per l'arretratezza delle sue leggi, per l'accentramento che soffrivano le sue amministrazioni locali e per l'interventismo statale adottato.
Dopo l'intensa attività profusa nel biennio 1859-1860 per la causa siciliana, divenne nel 1862 consigliere della Corte dei Conti. Degna di nota fu la sua collaborazione con il ministro Quintino Sella, che portò al progetto di varie riforme, così come lo fu la sua carriera di giornalista tra le pagine della rivista "La Nuova Antologia", dal 1866. Nel frattempo la sua attività politica culminò con la nomina a Ministro delle Finanze, ma la sua fermezza su posizioni liberali mal si congegnava con le contingenze politiche, suscitando contro di lui una violenta campagna di opinione. Critico verso i governi della destra per il cammino intrapreso di statalismo - inconcepibile per un liberale del suo stampo - partecipò come deputato alla svolta parlamentare del 1876, ma anche in questo caso rimase deluso.
Si spense, quasi novantenne, a Venezia, dove aveva diretto la prestigiosa Scuola Superiore di Commercio (l'attuale Ca' Foscari).

C.S.

 Principale bibliografia di riferimento:

- Asso P.F., Barucci P., Ganci M., Francesco Ferrara e il suo tempo, Bancaria Editrice, Roma 1990;
- Asso P.F. Calcagni Abrami A. (a cura di), Francesco Ferrara e il suo tempo, Palermo 1988;
- Granata S.A.A., Le Reali Società economiche siciliane. Un tentativo di modernizzazione borbonica (1831-1861), Bonanno Editore, Acireale-Roma 2008;
- Romano S.F., Francesco Ferrara, in  Dizionario biografico degli italiani, vol. II, Roma 1960.