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La battaglia di Messina

«Il 21 luglio un ordine formale del ministro Pianell m'ingiungeva di ritirare le mie truppe in Calabria [?]; non bastando ciò, io dovevo cedere a questo capo Siracusa, Augusta e la stessa cittadella di Messina, attendendosi diceva l'ordine del ministro, che a questo prezzo le potenze dell'Europa consentissero a garantirci la pace del continente [?]. La Storia [?] renderà, io spero, un conto esatto della condotta del ministro Pianell in tutti i suoi affari disastrosi, essa dirà come egli ha impedito che noi soccorressimo Milazzo; come per i suoi ordini io fui costantemente forzato a rinunciare a tutti i piani di aggressione, per tenermi in ontosa e letargica aspettativa». A scrivere queste parole era il generale Clary, costretto da Napoli a sciogliere le truppe di stanza a Messina per imbarcarle verso le Calabrie. Quel comando pareva all'ufficiale l'estrema rinuncia: dopo la resa di Milazzo, la resistenza peloritana era l'unica ancora in vigore sull'isola.
L'ultimo baluardo borbonico rappresentava una minaccia - simbolica oltreché militare - per il successo dell'unificazione italiana, così veniva insidiato sin dal 27 luglio, giorno in cui il generale Giacomo Medici entrava trionfalmente a Messina, seguito poco più tardi da Garibaldi. L'indomani giungeva anche Cosenz, alla testa di 5.000 volontari che occupavano la città definitivamente
 

Entrata di Garibaldi a Messina
Entrata di Garibaldi a Messina

Dopo la firma di una Convenzione con i nemici (clicca qui per leggerne il testo), Clary si ritrovava praticamente costretto ad eseguire i comandi del ministro Pianell, che ordinava di cedere i forti di Castellaccio e Gonzaga e di radunare le truppe - circa 15.000 uomini - sotto il forte della Cittadella, in attesa di spedirle sul continente: i Cacciatori in direzione di Napoli, la Fanteria di Linea e la Cavalleria verso la Calabria. Il generale non rinunciava però ad una "piccola" disobbedienza, imbarcando solo 11.000 uomini e lasciandone 4.000 a presidio del forte; quel gesto doveva costargli il comando militare: già il 9 agosto Clary veniva richiamato nella capitale, e lì doveva subire il duro biasimo dei superiori e dello stesso re, che si rifiutava persino di riceverlo. Al suo posto, giungeva in Sicilia il generale Gennaro Fergola (clicca qui per leggerne una biografia ad opera di Luigi Gaeta). Era lui ad supportare, per mesi, il morale dei soldati asserragliati nella cittadella, sempre più sfiduciati e ormai certi della fine imminente. Era sempre lui che dava loro il triste annuncio della capitolazione di Gaeta, il 14 febbraio 1861, mentre rifiutava sprezzantemente l'invito alla resa offertogli dal generale Chiabrera, che alla testa della brigata piemontese Pistoia era giunto a Messina alla fine del 1860, e adesso informava Fergola delle ultime risoluzioni militari; a seguito della proclamazione del Regno d'Italia, infatti, un'ulteriore resistenza sarebbe stata valutata in qualità di mero atto di ribellione e duramente repressa: «Se la resistenza finora fu tollerata, oggi sarebbe considerata un delitto».
Chiabrera era convinto che quella minaccia, da sola, bastasse a suscitare la resa immediata dei napoletani. Per questo la pronta risposta di Fergola era destinata a stupirlo: «La cittadella di Messina non ha niente di comune con Gaeta ed io seguirò quanto l'onore e la nostra Real ordinanza di Piazza mi dettano». Il generale sabaudo, comunque, non rinunciava all'invio di un nuovo dispaccio, dai toni ancora più duri, in cui minacciava di sbarcare in Sicilia con altra artiglieria e soldati per costringere i napoletano a cedere «a discrezione».
Fergola, a quel punto, sceglieva di prendere tempo: attendeva infatti il rientro da Napoli del tenente Luigi Gaeta, che avrebbe portato con sé nuove informazioni sulla resa del continente e, soprattutto, le disposizioni del sovrano sulla strategia da seguire. Il 19 febbraio, in effetti, l'ufficiale era nuovamente a Messina, insieme a 30.000 ducati d'oro - per finanziare l'estrema resistenza - e ad una missiva di Francesco II: «Dopo tre mesi di valorosi combattimenti, aperte varie brecce, la difesa ha dovuto necessariamente cessare[?]. Spero che la guarnigione di Messina saprà riscuotere plauso ed ammirazione come quella di Gaeta nel compiere i propri obblighi». Dunque, nessuna resa. Così voleva il re. Qualcuno dei soldati vedeva in quella lettera la conferma che niente era perduto, e si preparava a combattere per la sua bandiera con rinnovato entusiasmo. Qualcuno, invece - era il caso del colonnello Vallo e del maggiore de Michele - decideva di disertare e passare al nemico: la guerra logorava il corpo e la mente, e l'idea di tornare a casa diventava, talvolta, un'ossessione. Intanto, il 28 febbraio arrivavano nella Cittadella i rinforzi sabaudi: 4 battaglioni bersaglieri del IV Corpo, 6 compagnie del genio e un reggimento di fanteria, con una dotazione di 43 potentissimi cannoni rigati e 12 mortai, al comando del generale Cialdini, lo stesso che aveva espugnato Gaeta. Fergola ricordava immediatamente ai nuovi arrivati la Convenzione firmata da Medici e Clary, ribadendo che ogni operazione bellica ne avrebbe costituito una violazione. Otteneva in cambio, però, una sprezzante risposta di Cialdini: «Non darò né a lei né alla guarnigione nessuna capitolazione[?]. Se farà fuoco sulla città, io farò fucilare tanti ufficiali e soldati quanti ne saranno morti in Messina [?]. In ultimo consegnerò lei ed i suoi al popolo di Messina. Ho costume di tenere parola. Fra poco sarete nelle mie mani, ora faccia come crede, io non riconoscerò nella S. V. un militare, ma un vile assassino e per tale lo terrà l'Europa intiera». Veniva azzerata così qualsiasi forma di ius bellum, qualunque riconoscimento dell'umanità e della dignità del nemico. Per Fergola, e per i suoi uomini, la certezza di un'inferiorità che li avrebbe prontamente condotti al crollo era resa più dolorosa dalla consapevolezza che la disfatta avrebbe avuto le sembianze di una vera e propria conquista, brutale per di più, da parte dei vincitori. Non c'erano più obiettivi militari da perseguire, ma solo la lealtà al re da onorare. Non restava che apprestarsi a combattere con il valore che Francesco II auspicava. Così, venivano collegate, con fili telegrafici, le roccaforti della fortezza: la Cittadella con il Salvatore, il Lazzaretto, la Lanterna. Nell'imminenza del bombardamento, si provava anche a rimuovere gli ammassi di polveri e munizioni raccolte dai garibaldini. In attesa che si aprissero le ostilità, l'incertezza amplificava la paura, che sfociava in episodi di violenza e insubordinazione: Gaetano Milano e Pasquale Messina, del 3° reggimento Principe, provavano così ad uccidere Fergola e Gaeta per assumere la direzione dell'esercito, ma venivano arrestati dopo che la loro congiura era stata smascherata. Altri soldati tentavano la fuga, i più invece rimanevano al loro posto, stoicamente, insieme alle loro famiglie, un migliaio di donne e bambini costretti dentro le asfittiche mura della cittadella. Fergola, il 3 marzo, inviava un messaggio al re, attraverso una fregata americana, per chiedere l'invio di un'imbarcazione che potesse metterli in salvo, ma quella nave era destinata a non arrivare, legando il triste destino dei soldati a quello dei loro affetti più cari. Di lì a pochi giorni i combattimenti avevano inizio.
Il primo fuoco borbonico veniva aperto giorno 8 marzo, in direzione delle opere d'assedio piemontesi. Due giorno dopo, Fergola decideva di bombardare le truppe nemiche poste al Noviziato, e successivamente dava ordine ai suoi di tentare una sortita dal forte di Don Blasco. Si trattava di una manovra ardita, che veniva subito bloccata dalla pronta reazione dei bersaglieri piemontesi. La potenza dei loro cannoni riduceva il forte ad una manciata di polvere, e le truppe di Fergola erano costrette a sgombrarlo precipitosamente. La Cittadella diventava sempre più un inferno, con il forte completamente distrutto, le fiamme e il fumo degli incendi che stordivano le truppe, le macerie degli edifici e della speranza ammassate negli angoli, i viveri insufficienti. Ormai allo stremo delle forze, Fergola riuniva il consiglio di Difesa. La decisione della resa era approvata all'unanimità, e racchiusa in un documento firmato da tutti gli ufficiali: «Lesionata la casamatta principale, le fiamme si stendono minacciose alla polveriera, sono presenti mille donne e fanciulli impauriti. Essendo salvo l'onore militare, la pugna non può avere scopo». In pochi minuti, veniva siglata la capitolazione.

Attacco di Messina
Attacco di Messina

Così, il 13 marzo cadeva l'ultimo presidio borbonico: alle 7 del mattino, con un trionfale schieramento di musica e bandiere, Cialdini occupava la cittadella di Messina, dichiarando prigioniera la guarnigione duosiciliana. La resa era siglata a bordo della nave Maria Adelaide, senza che fosse concesso agli sconfitti neppure l'onore delle armi. A testimonianza del loro valore, restava solo la medaglia d'argento che Francesco II faceva coniare per tutti i soldati che avevano preso parte all'impresa, ed il commosso addio di Fergola ai suoi uomini (Clicca qui per leggerne il testo). Gli sconfitti non rinunciavano, tuttavia, ad un'ultima beffa nei confronti dei loro conquistatori, distruggendo gli otto stendardi della fortezza, richiesti con insistenza a Torino come bottino della vittoria: prima di aprire le porte ai nemici, i borbonici le facevano a pezzetti, e dividevano fra loro quei preziosi brandelli. L'esercito di Cialdini, una volta entrato, trovava soltanto le aste vuote.
L'ultimo atto dei soldati di Messina aveva come scenario il piano di San Raineri. Ormai pronto all'imbarco, Fergola era stanco e tossiva. Spirava un forte vento, e il maresciallo, gli occhi lucidi di pianto e di febbre, metteva un piede in fallo e cadeva in mare. I suoi accorrevano per soccorrerlo, ma lui chiedeva insistentemente di restare lì in mezzo, piccolo e fradicio, eppure imponente nel suo contegno, per condividere con loro gli ultimi momenti prima dell'addio.

S.A.G.

Principale bibliografia di riferimento:

- Acton H., Gli ultimi Borboni di Napoli(1825-1861), Martello-Giunti, Firenze 1962.
- Battaglini T., L'organizzazione militare del Regno delle Due Sicilie: da Carlo III all'impresa garibaldina, Società Tipografica Modenese ,Modena 1940.
- Boeri G., Crociani P., Fiorentino M., L'esercito borbonico dal 1830 al 1861, SME Ufficio Storico, Roma 1998.
- Buttà G., Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta. Memorie della rivoluzione dal 1860 al 186 1( 1ª edizione 1882), Bompiani, Milano 1985.
- De Cesare R., La fine di un Regno, Lapi, Città di Castello 1909.
- Pieri P., Storia militare del Risorgimento, Einaudi, Torino 1962.
- Zazo A., La politica estera del regno delle Due Sicilie, Tip. Ed. A. Miccoli, Napoli 1940.