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Lettera di Ippolito Nievo a Bice Melzi

Da Il poeta soldato, Ippolito Nievo,1831-1861 di D. Mantovani, pp. 393-395

 

«Palermo, 2 novembre 1860

Bice carissima. - Qui si ondeggia in un mare d'incertezze, e quello che è sicuro di ondeggiare ancora per un pezzo sono precisamente io. Se sono sempre questioni delicate le questioni di denaro, figurati per me che ho ereditato tutta la gestione rivoluzionaria da maggio in poi! È un caos inestricabile, nel quale è uomo di coraggio chi non si perde e chi mette la propria responsabilità nel dovere di regolarlo. Furono troppe le accuse che bersagliarono un partito cui ci si vuole ascrivere perché io abbandonare il timone della barca, ora che , dopo qualche furioso colpo di vento, siamo in vista del porto. È un buon tratto da percorrere ancora; ma non burrascoso, né perfido, soltanto noioso. Mi rassegno rabbiosamente come sempre, ma son deciso a finire come ho cominciato e a rimettere a Garibaldi puro ed onorato come me lo diede il difficile incarico. Intanto il Commissario Regio verrà - e cosa farò io? - Penso di prendere aria e di veder la Sicilia - se stessi qui ancora ne morrei di tedio - lo ripeto, ho la nostalgia dei paesi ideali - chi sa che non mi ristori nelle rovine di Segeste e di Selinunte, o sulla vetta nevosa e fumante dell'Etna! Però non saranno altro che ripieghi al bisogno irresistibile di aria lombarda che mi affatica i polmoni. Sei mesi, sei eterni mesi, che diventeranno sette e più assai! O patria mia, sei pur crudele a punirmi dell'amarti in maniera sì acerba! La Sicilia è una specie di paradiso senza alberi, ove io mi trovo perfettamente fuori del mio centro terreno; non ho aria per i miei polmoni, non ho immagini pel mio spirito. Ma bisogna vivere delle cose passate, come l'orso che si succhia per tutto l'inverno la grascia accumulatasi intorno nell'estate. In mancanza di grascia io mi sto rosicchiando le unghie; operazione che, secondo Steele, dinota in me, uomo ragionevole e civile, l'ultimo grado della noia.
Annoiarsi per amore di patria è l'ultimo sacrificio cui potrebbe arrivare la fantasia d'un Catone - io l'ho subito con ambedue le mascelle - ho sbadigliato in faccia ai più vaghi spettacoli della creazione; e sotto gli archi della Ziza ho aspirato quel fastidio delle cose umane che faceva prender l'oppio ai vecchi e barbuti sultani. - Com'è bella la Ziza! Darei la mia vita attuale ed anche un buon carato della futura per essere vissuto quando la Ziza era giovine. - Non fare castelli in aria a favor mio - La Ziza è una villa reale degli antichi conquistatori Mussulmani. Essa mi ricorda le Mille ed una notte, le romanze cantate al suono della chitarra; i sorbetti di rose; i turbanti, la pipa, ed il chiaro di luna - tutte cose che io stimo assai più dei registri dell'Intendenza, e delle riviste passate ai battaglioni. Oh povero me, come divento vecchio! Se avessi barba dovrei averla canuta. Intanto tu seguiti ad imparadisarti del tuo bel laghettino, come avesti la bontà di scrivermi. - Guarda i favori che ti invia la Provvidenza! Sei circondata da parenti, da amici. Io da quattro settimane non ho più notizie di mia Mamma - per caso ho saputo che Alessandro è a Caserta, bene in salute. Oggi si bombarda Capua, - i regolari cingono Gaeta - speriamo veder la fine del prim'atto, e che la calata del sipario ci permetta di tossire e starnutire in libertà prima che si cominci il secondo?».