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A presidio dell'Isola

La primavera del 1860, per la Sicilia, era tempo di "ossessioni".
Lo era per quella bislacca moltitudine in camicia rossa, che voleva a tutti i costi conquistare l'isola, alla testa di un generale ostinato e volitivo, che non intendeva arrestarsi di fronte all'inferiorità delle sue forze.
Lo era per quelle squadre di "picciotti" che occupavano le strade e i punti strategici delle città, intestardite nel proposito di liberarsi dalla stretta borbonica anche a costo della vita.
Ma lo era, soprattutto, per l'esercito borbonico: assillato dalla presenza di un manipolo di filibustieri che stava riuscendo a far vacillare sicurezze e convinzioni; tormentato dal timore di una fatale sconfitta; spaccato a metà fra la voglia di attaccare e quella di arretrare di fronte all'avanzata nemica. La cifra di queste fobie stava racchiusa nell'immagine delle fortezze regie - simbolo dell'ossessione per eccellenza, quella dell'assedio - destinate ad accrescere a dismisura la loro importanza e a far da eloquente scenografia agli eventi. Proprio quelle costruzioni, infatti, minacciose e protettrici ad un tempo, racchiudevano in sé tutte le declinazioni del combattimento: accoglievano le truppe, accordando loro difesa e ristoro; offendevano i nemici, aprendo il fuoco nella loro direzione; potevano celare o bombardare, proteggere o annientare. Bastava ruotare un po' lo sguardo, in quell'infuocata primavera, per accorgersi della varietà di funzioni che le fortezze potevano rivestire: il Castellammare di Palermo aveva bombardato la città, per sfinire la resistenza degli insorti; il forte di Siracusa era rimasto fermo, ad aspettare il corso degli eventi; la cittadella di Messina era stata l'ultima roccaforte borbonica, fin quasi alla proclamazione del Regno d'Italia.
Le storie erano diverse, ma egualmente importante il ruolo svolto dalle fortificazioni, che non a caso rappresentavano una delle punte di diamante dell'architettura militare siciliana sin dal Medioevo, divenendo - nel corso dell'Ottocento - addirittura un caposaldo imprescindibile della difesa dell'isola.
Le fortezze avevano infatti come primo scopo quello difensivo e le loro imponenti strutture - pareti, scarpate, parapetti, fossati, rivellini e opere addizionali esterne - rappresentavano concretamente questa funzione, messe a salvaguardia della forza militare umana, degli immobili, delle armi, e di quant'altro si trovasse al loro interno. Agli scopi di difesa si aggiungeva tuttavia la capacità di offendere, rappresentata dal volume complessivo del fuoco che era possibile esplodere, dall'insieme delle armi e munizioni a disposizione dell'armata, dalla quantità di uomini che il forte poteva mandare fuori dalle mura e dalla gittata dei cannoni. Queste qualità erano comuni a tutte le strutture militari terrestri e a quelle ubicate sul mare, che potevano anche fare da protezione contro gli attacchi di squadre navali nemiche, difendere il porto e i quartieri vicini.
Altra finalità era quella di gestire le rivolte cittadine e, quindi, di far fuoco contro masse di rivoluzionari. Nel caso di una ribellione popolare, la fortezza rispondeva con il c.d. fuoco d'interdizione, cioè un modo di sparare costante e regolare, che in breve rendeva inagibili le strade e disperdeva gli insorti. I ribelli, infatti, occupavano i punti strategici della città, in modo da controllare le strade più importanti, gli incroci o le piazze, e da lì sparavano contro l'esercito, con il vantaggio di una posizione strategica che aumentasse la visibilità. Molto spesso, inoltre, i rivoltosi innalzavano le barricate, costruite nelle strade, a cavallo di due edifici, ammassando materiali di ogni genere, raccattati qua e là. Questa accozzaglia di materiale dava anche un forte effetto scenografico, per la consuetudine di adornarla con bandiere, coccarde, piume, simboli della causa per cui si stava lottando. In questo modo gli insorti speravano di dominare il territorio ed evitare che i soldati uscissero dalle loro postazioni.
A questo fuoco incrociato di attacchi, la fortezza rispondeva con l'artiglieria: i cannoni di grosso calibro, a postazione fissa, dai quali era possibile esplodere bombe di ferro, palle incatenate e bombe incendiarie; oppure quelli mobili, più piccoli, maneggevoli e adatti al tiro teso. Era terribile l'utilizzo della mitraglia: in un cartoccio o in una tela a forma di cilindro si inserivano una quantità sufficiente di palle di ferro - simili a quelle utilizzate per i fucili ma più grandi - o talvolta si riempivano con materiale di fortuna, come sassi, chiodi o catene. Una volta esplose dal cannone, il contenuto veniva proiettato "a rosa", con effetti devastanti sui nemici. Dopo il bombardamento, la truppa usciva dall'edificio inquadrata in compagnie e organizzata in plotoni, individuava i posti in cui si barricavano i ribelli e andava a stanarli. Se, invece, gli insorti erano riusciti a bloccare le truppe nella fortezza, si passava all'assedio e, infine, alla ricerca di soluzioni alternative - un compromesso o una tregua - in attesa di una soluzione politica del conflitto.
Tra le fortezze più importanti della Sicilia ottocentesca, spiccavano il Castellammare di Palermo, il castello di Milazzo, la Cittadella di Messina, il castello Ursino a Catania, il forte di Augusta e Castel Maniace a Siracusa.


- Castellammare di Palermo

- Cittadella di Messina

- Castel Maniace di Siracusa

- Castello di Milazzo

 

C.S.

Principale bibliografia di riferimento:

- Mazzarella S., Zanca Renato, Il libro delle torri. Le torri costiere di Sicilia nei secoli XVI-XX, Sellerio, Palermo 1985;
- Renda F., Storia della Sicilia, vol. III, Sellerio, Palermo, 2003;
- Santoro R., Il Castellammare di Palermo nei fatti d'arme dell'Ottocento Palermitano, in Archivio Storico Siciliano, anno 2001, fasc. II.