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CARLO CATTANEO (15 giugno 1801 - 5 febbraio 1869)

A. Centenari - Ritratto giovanile di Carlo Cattaneo - 23 marzo 1884

Li aveva accompagnati alla partenza per Genova nascosti dietro ad un irriconoscibile travestimento. Erano i primi di giugno quando a Lugano Carlo Cattaneo aveva salutato i cari amici Jessie White e Alberto Mario. Avrebbero raggiunto Garibaldi in Sicilia per dare il loro contributo alla spedizione dei Mille, quella stessa missione che il milanese aveva salutato con entusiasmo, ma da lontano, dall'esilio elvetico che non aveva la forza di abbandonare. È la storia di un outsider quella di Carlo Cattaneo, ma anche di un personaggio poliedrico, attratto - per usare le parole di Norberto Bobbio - «verso un così gran numero di cose da cambiare, di istituzioni da correggere o da abolire, di leggi da modificare, di innovazioni ardite da suggerire, di progetti da discutere e da proporre, di tradizioni isterilite da sconvolgere, di vecchie consuetudini da condannare e da sottoporre alla critica sferzante della ragione rischiaratrice» da non avere pari.
Padre orefice, nato a Milano, alla sua formazione multiforme ed enciclopedica contribuirono alcuni illustri maestri, come Giovambattista De Cristoforis, ma soprattutto Gian Domenico Romagnosi. Ottenne la laurea dottorale in giurisprudenza nel 1824, ma non se ne servì mai e per i successivi dieci anni si dedicò all'insegnamento, fino a quando non giunse quello che i suoi biografi ricordano come l'anno della svolta: il 1835. Nel giro di pochi mesi morì il maestro Romagnosi, Cattaneo decise di darsi esclusivamente all'attività di pubblicista, ma soprattutto riuscì a sposare colei che da anni considerava la donna della sua vita, Anna Woodcock, una cosmopolita anglo-irlandese di origini aristocratiche, giunta a Milano nel 1824 per dimenticare un amore infelice.
I genitori della Woodcock si opposero a lungo alle nozze con Cattaneo, ma infine cedettero alle pressioni della figlia che avrebbe definito l'amato «l'uomo più generoso, il più disinteressato, il più ammirevole per le sue virtù, il più stimabile per la forza e la superiorità dei suoi talenti, per l'inflessibilità del suo carattere». Specchio di quella tempra d'uomo i quarantuno fascicoli del periodico che portò alla luce alla fine del 1838, il "Politecnico", e al quale consegnò fino al 1844 un'esuberante produzione di articoli sul progresso economico e civile della Lombardia, che lo resero punto di riferimento rispettato e temuto negli ambienti politici italiani e nel 1843 membro del prestigioso Istituto Lombardo-Veneto.
La casa di Anna e Carlo Cattaneo divenne ritrovo di intellettuali italiani e stranieri, ma non si è a conoscenza di un loro coinvolgimento in alcuna cospirazione politica fino al gennaio del 1848, quando insieme ad altri patrioti sarebbe stato destinato al confino a Lubiana, se per la sospensione del provvedimento non avesse intercesso l'arciduca Ranieri.
Cattaneo era contrario a qualsiasi ipotesi insurrezionale in ragione dell'impreparazione militare della popolazione contro un armatissimo esercito austriaco, ma d'altra parte era convinto che il governo non potesse rimandare la concessione di «armi e libertà per tutte le nazioni dell'impero ognuno entro i suoi confini, e i soldati al servizio degli italiani».
Messo di fronte al fatto compiuto con lo scoppio della rivoluzione, a marzo si convinse che la priorità dovesse essere quella di darle una guida unitaria con un comitato organizzatore che prendesse le redini della scomposta iniziativa popolare, ma opponendosi ad un'eccessiva burocratizzazione dei comandi militari e promuovendo l'impiego di volontari, che invece non convinceva i vecchi generali. Non agevolò la sua azione politica il governo provvisorio filo piemontese, che lo condusse alle dimissioni il 31 marzo. Riprese l'attività pubblica  a luglio, quando la disfatta era ormai imminente e fu nominato commissario di guerra per Lecco, dopo un incontro con Garibaldi, per tentare una resistenza ad oltranza, resa impossibile dal ritiro delle truppe piemontesi. Scelse dunque come terra d'esilio Lugano ed occupò con un'infaticabile attività editoriale gli anni del ritiro ticinese, in qualità di collaboratore della Tipografia Elvetica di Capolago, non perdendo d'occhio nemmeno per un istante i momenti cruciali che la Storia riservava al destino della penisola, nel quadro delle relazioni diplomatiche europee: la crisi di Oriente, la partecipazione piemontese alla guerra d Crimea, la politica di Napoleone III nei confronti della questione italiana.
La liberazione della Lombardia paradossalmente lo deluse: fu infatti il frutto della seconda guerra di indipendenza nel 1859 e dell'iniziativa piemontese, non opera del popolo lombardo. Con trepidazione  attese nel 1860 il successo della spedizione dei Mille, esortando gli amici a non farsi da parte di fronte alla chiamata del generale Garibaldi: «E penso che fareste male malissimo voi, se non andaste dove fosse G.[aribaldi] in persona, e dappertutto ov'egli andasse. Ve lo ripeto. In faccia al nemico, diecimila e centomila potranno far quanto voi; ma non così presso dell'uomo e sopra l'animo suo; tanto più che molti dei meglio pensanti sono già feriti e dispersi. Non lasciatelo involgere nella rete».
In quelle fasi concitate della costruzione dello Stato italiano in molti pensavano che una personalità come Cattaneo dovesse avere un ruolo di primo piano. Nel marzo del 1860 aveva accettato la candidatura in Parlamento, ma non aveva mai preso parte ai lavori, così a giugno, su suggerimento di Agostino Bertani, venne chiamato da Francesco Crispi a dare il suo contributo al governo garibaldino. Il 18 luglio rispose da Lugano all'avvocato siciliano: «Non vi stancate di dire al Generale che non basta saper prendere, è d'uopo saper tenere. Ditegli che non si fidi d'altri che di sé, e di chi si fa una sacra norma del suo volere». Per tenere ciò che era stato preso era necessario preoccuparsi dell'addestramento militare dei siciliani, realizzare una rete viaria con particolare attenzione per le strade comunali e soprattutto non mostrare esitazioni «prima di cadere in balia d'un parlamento generale» e di un accentramento indiscriminato (clicca qui per leggere la lettera di Carlo Cattaneo a Francesco Crispi). Era convinto assertore della plausibilità di una soluzione federale. Scriveva ad Anna il 25 agosto: «Tutti diventano più federali di me.» e ancora: «Mi sembra che in questo momento tutti siano allo stesso modo contro Mazzini e contro Cavour. Tutti sono molto più federali di me». Si fece promotore della costituzione di enti intermedi tra la nazione e i municipi, Stati, e non Regioni come le avrebbe definiti la nota di Luigi Carlo Farini, dotati di assemblee, due per l'ex Regno delle Due Sicilie, con facoltà legislativa in relazione alle necessità locali nel quadro della compagine nazionale. Sostenne con forza quest'idea a Napoli, dove l'11 settembre raggiunse Garibaldi, che tre giorni prima lo aveva nominato suo inviato straordinario a Londra, ma dovette accettarne la sconfitta, sancita dalla convocazione dei plebisciti ad ottobre.
Nei primi anni di vita dello Stato unitario scelse ancora la scrittura e il "Politecnico", che dal 1861 al 1865 riprese le pubblicazioni, come armi di difesa della sua idea di federalismo, del tutto estranea a chiusure localistiche e aperta piuttosto ad orizzonti transnazionali, che lo condussero a riflettere sul suffragio universale e sulle possibili forme di associazionismo tra le classi lavoratrici.
Nel 1861 e nel 1865 rifiutò di candidarsi alle elezioni parlamentari e, quando nel 1867 accettò di scendere in campo e venne eletto con larghissima maggioranza, non mise mai piede nell'aula parlamentare. In quegli anni aveva continuato a risiedere nel Canton Ticino, limitandosi a qualche sporadica visita a Milano e a Firenze. Morì a Castagnola il 5 febbrario 1869, assistito dalla moglie e da Agostino Bertani.

C.M.P.

Principale bibliografia di riferimento:

- AA.VV., Cattaneo e Garibaldi. Federalismo e Mezzogiorno, a cura di A. Trova e G. Zichi, Carocci, Roma 2004.
- AA.VV., Storia e percorsi del federalismo. L'eredità di Carlo Cattaneo, a cura di D. Preda e C. Rognoni Vercelli, Il Mulino, Bologna 2005.
- Cattaneo C., Scritti storici e geografici, a cura di G. Salvemini, E. Sestan, Le Monnier, Firenze 1957.
- Cattaneo C., Epistolario, a cura di R. Caddeo, Barbera, Firenze 1949-56.
- Mario A., Mario J., Carlo Cattaneo. Cenni e reminiscenze, Casa editrice A. Sommaruga e C., Roma 1884.
- White Mario J., Carlo Cattaneo. Cenni, Tipografia Ronzi e Signori, Cremona 1877.
- Zanoni E., Carlo Cattaneo nella vita e nelle opere, Società Editrice Dante Alighieri, Roma 1898.