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FRANCESCO CRISPI, (Ribera, 4 ottobre 1818 - Napoli 11 agosto 1901)

Immagine tratta da W.J. Stillmann, Francesco Crispi

«Un intrepido Patriota moveva da Londra, affrontava lo sguardo scrutatore di antichi commissari e birri, percorrendo nel mese di agosto, notorio della persona, il suolo della propria terra natale, affidata salvezza di sé a pochi cangiamenti dell'abbigliamento e della barba». L'intrepido Patriota che circospetto si muove tra le  onde del Mediterraneo, ritratto con stima da Nicola Fabrizi, è Francesco Crispi, la persona viaggiante, l'Ulisse dell'odissea del 1860 e ambasciatore clandestino della rivoluzione in Italia.
Figlio di Tommaso, commerciante di grano di origine albanese, e di Giuseppa Genova di Ribera, oltre ad essere uno degli attori principali del processo di costruzione dello Stato italiano, fu uno statista di fama mondiale e protagonista della politica italiana dei primi quattro decenni del Regno
Compì i suoi studi tra il 1828 e il 1835 al Seminario greco-albanese dei siciliani e nel 1843 si laureò alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Palermo. Fu nel 1837 che conobbe Rosa D'Angelo, una popolana che sposò all'insaputa e contro la volontà dei propri genitori e dalla quale ebbe due figli, morti nel 1839 come la loro madre.
Negli anni degli studi palermitani mosse i primi passi nel mondo del giornalismo. Fondò nel 1839 "L'Oreteo", rivista dai toni romantici di cui fu anche direttore. Il giornale svolse un ruolo fondamentale nella formazione politica di Crispi, che sfruttò l'opportunità di conoscere esponenti illustri del panorama culturale siciliano, di sviluppare un forte interesse per la causa del progresso dell'isola e di affrontare i temi legati alla questione sociale in Sicilia. Nel 1845 per esercitare la professione di avvocato si trasferì a Napoli, città culturalmente e politicamente vivace, dove avviò l'attività cospiratrice, collaborando con il Comitato siculo-napoletano, fondato nel 1846 e diretto da Mariano D'Ayala, Giovanni Raffaele e Carlo Poerio, con il compito di far da tramite tra i capi liberali di Palermo e quelli napoletani.
Quando, il 12 gennaio 1848 scoppiò la rivoluzione, si precipitò in Sicilia, dove si occupò dell'organizzazione delle forze militari da opporre all'esercito borbonico. Quello stesso mese fondò un nuovo giornale, "L'Apostolato", in cui auspicava una soluzione federale della questione italiana e indicava la costituzione siciliana del 1812 come fonte di legittimazione della rivoluzione. Nel Parlamento siciliano votò il conferimento dei poteri regali a Ruggero Settimo e la decadenza dei Borboni dal trono di Sicilia e, quando nell'aprile 1849 la rivoluzione era ormai evidentemente fallita, continuò ad incitare il popolo alla resistenza. Dopo che il 15 maggio il generale Filangeri era entrato a Palermo, Crispi scelse di lasciare l'isola, pur potendo godere dell'amnistia concessa dal governo, e, dopo una tappa a Marsiglia, si trasferì  a Torino. Negli anni dell'esilio meditò a lungo sulle ragioni del naufragio della rivoluzione, imputandola alle esitazioni dei moderati, e scrisse su diversi giornali, come "La Concordia", "Il Progresso", "Il Crepuscolo" o "La Gazzetta di Torino", continuando a sostenere posizioni federaliste, vicine a quelle di Carlo Cattaneo con cui collaborava per la pubblicazione di  documenti sulla rivoluzione siciliana. Dopo il moto mazziniano di Milano del 1853 fu tra gli esuli espulsi dal Regno: a penalizzarlo furono probabilmente le accese critiche che aveva espresso nei confronti del governo torinese e del suo forte centralismo. Giunse a Malta, dove fondò un nuovo giornale "La Valigia", diventata poi "La Staffetta", visse grazie agli aiuti che gli inviava il padre e sposò Rosalie Montmasson, che aveva conosciuto a Marsiglia. In questo periodo si avvicinò al Comitato d'azione fondato sull'isola dal democratico Nicola Fabrizi e si allontanò dal progetto di un'Italia federale. Venne espulso anche dalla colonia inglese, dopo essersi attirato le antipatie non solo degli esuli di tendenza moderata, ma delle stesse autorità britanniche che non riuscirono più a sopportare le posizioni radicali di Crispi, che dalle pagine de "La Staffetta" aveva condannato l'alleanza del Regno Unito con la Francia. Iniziò allora a peregrinare per le capitali europee, Londra, Parigi, Lisbona, dove si mantenne grazie a lavori saltuari e continuò a cospirare e a progettare un'insurrezione in Sicilia. A questo scopo il 26 luglio 1859 giunse sull'isola, con un passaporto argentino a nome di Manuel Pareda, visitò Palermo, Messina e Catania e valutò le chances di una rivolta. Ad ottobre, al ritorno da un incontro con Mazzini a Firenze, dovette rendersi conto che le esitazioni dei moderati a Palermo e a Messina avevano avuto il sopravvento e che lo scoppio di una rivoluzione era improbabile. Iniziò dunque a lavorare sul fronte del governo torinese, ormai convinto che l'opzione unitaria e monarchica per l'Italia fosse la più fattibile, ed  il 15 e il 26 dicembre incontrò Urbano Rattazzi e Giuseppe La Farina per ottenere l'appoggio ad una spedizione, guidata da Garibaldi, che partisse dall'Elba, ma senza riuscire a convincerli. Da Genova tornò quindi a guardare alla sua terra d'origine dalla quale finalmente il 4 aprile 1860 giunse la notizia che a Palermo, al convento della Gancia, era scoppiata un' insurrezione. Il 7 aprile si precipitò dunque a Torino insieme a Nino Bixio e riuscì in breve tempo a convincere Garibaldi che il momento opportuno per la spedizione era arrivato. Il 27 aprile giunse da Malta un telegramma criptato di Nicola Fabrizi: «Offerta botti 160 rum America pence 45 venduto botti 66 Inglese 47 anticipo lire 114 botti 147. Brandy senza offerta. Avvisate incasso tratta lire 99. Rispondete subito». Toccò a Crispi decriptarlo e fu un colpo al cuore: «Completo insuccesso nella provincia e nella città di Palermo. Molti profughi raccolti nelle navi inglesi giunti in Malta. Non vi muovete». Bastò a scoraggiare Garibaldi che inesorabilmente interruppe i preparativi. In realtà l'operazione di decodificazione non era stata semplice: il numero 47 non corrispondeva ad alcuna parola nel cifrario del riberese. Iniziò a tormentarsi per il dubbio di aver bloccato tutto per un semplice errore di interpretazione. Telegrafò dunque a Fabrizi: «Ripeteteci meglio il dispaccio», ma non attese una risposta dell'esule a Malta. Si convinse di aver commesso un errore, il 47 che nella traduzione aveva omesso poteva corrispondere a qualcosa come "successo", e stravolse la vecchia traduzione: «L'insurrezione vinta nella città di Palermo, si sostiene nelle provincie, notizie raccolte da profughi giunti Malta su navi inglesi». Non è dato sapere se Crispi presentò questo telegramma a Garibaldi come un messaggio completamente nuovo, ma certo è che, esibendolo insieme ad un'altra lettera più incoraggiante giunta da Messina e alle notizie entusiasmanti provenienti dai corrispondenti in Sicilia di giornali come la "Gazzetta di Torino", riuscì a convincere di nuovo il generale. Il siciliano affibbiò la responsabilità dell'equivoco a Fabrizi che il 23 maggio, profondamente deluso, scrisse a Bertani: «L'amico che mi graziò di responsabilità alla sua inversa interpretazione di un telegramma, mancò di giustizia nel non rettificare, come aveva mancato di criterio dell'interpretazione».
L'11 maggio 1860 poté partire la spedizione dei Mille, che includeva tra i suoi partecipanti una sola donna, Rosalie Montmasson che, irremovibile, aveva preteso di seguire il marito. Crispi, che non aveva alcuna esperienza di servizio attivo, a Talamone assunse il titolo di sotto-capo di Stato maggiore e svolse un ruolo da protagonista in ogni fase della missione. Avrebbe voluto sbarcare a Porto Palo, vicino Menfi, e non a Marsala, approdo proposto da Salvatore Castiglia, che temeva fosse presidiato da una grossa guarnigione borbonica. Dopo un dibattito si convenne che la città nei paraggi di Trapani aveva il vantaggio di possedere un porto, che avrebbe permesso uno sbarco celere, senza bisogno di scialuppe, necessarie invece nelle acque basse di Porto Palo.



Secondo alcuni resoconti Crispi fu il primo a toccare terra con un gruppo di cinquanta uomini. Dopo essersi assicurato il controllo delle banche, dell'ufficio postale e della prigione, depose la carica militare e cominciò ad impegnarsi sul piano politico-amministrativo. Fu colui che spinse per l'instaurazione della dittatura di Garibaldi in Sicilia, con il decreto di Alcamo del 17 maggio venne nominato Segretario di Stato (clicca qui per leggere il canto A Francesco Crispi, segretario di Stato di Vincenzo Navarro) e il 2 giugno entrò nella squadra di governo nei panni di ministro dell'Interno e delle Finanze. Considerato la vera mente politica della dittatura, oltre ad occuparsi della nomina dei governatori dei vari distretti fu autore di importanti decreti come quello relativo alla distribuzione delle terre demaniali ai combattenti, all'abolizione dell'imposta sul macinato e del dazio sul grano, all'espulsione dei gesuiti, all'abolizione del titolo di "eccellenza e del baciamano", all'introduzione della leva obbligatoria e alla difesa dell'ordine pubblico. Contrario all'idea di un'immediata annessione plebiscitaria della Sicilia al Piemonte, fu coinvolto in un durissimo scontro con Giuseppe La Farina, che gli rivolse contro la piazza accusandolo di infedeltà alla monarchia e costringendolo a presentare le dimissioni il 27 giugno. Durante la prodittatura di Agostino Depretis tornò a reggere il ministero dell'Interno, ma  trascorse i mesi del governo di Antonio Mordini a Napoli, nuovo centro della vita politica meridionale, dove fu nominato segretario di Stato per gli Esteri. Anche dopo lo scioglimento dell'amministrazione dittatoriale la rivalità con La Farina, membro del Consiglio del luogotenente Montezemolo, continuò a riservargli brutte sorprese: nella notte tra il 1° e il 2 gennaio, mentre si trovava a Palermo, una squadra di carabinieri fu spedita a casa sua per arrestarlo, ma riuscì a scappare. Attraverso "Il Precursore" ribadì la propria fedeltà a Vittorio Emanuele e il 18 febbraio venne eletto al Parlamento di Torino nel collegio di Castelvetrano. Negli anni da deputato provò a conciliare la fedeltà agli ideali democratici e la scelta realista, monarchica e legalitaria (clicca qui per leggere la lettera a Mazzini Repubblica e monarchia). Per tanto si distaccò progressivamente dalle iniziative rivoluzionarie garibaldine e si limitò a difendere Garibaldi nell'aula parlamentare dopo Aspromonte. Nel 1864 prese definitivamente le distanze dal suo passato rivoluzionario, dicendo: «Il tempo delle rivoluzioni è finito" e ancora: "La monarchia è quella che ci unisce, la repubblica ci dividerebbe». A preoccuparlo era ora la formazione del sentimento nazionale in Italia e il problema dell'educazione politica degli italiani, che andava conseguita attraverso un'opera di riforma delle istituzioni che mirasse all'allargamento del corpo elettorale, al Senato elettivo ed alla gratuità del mandato parlamentare. Dopo Mentana, che aveva rappresentato la fine del garibaldinismo, il passaggio a questo codice legalitario fu completo. Si aggiunse la convinzione che la politica interna non poteva prescindere dalla considerazione del contesto internazionale nel perseguimento dei suoi obiettivi. A dimostrazione di ciò la breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870, dopo che su pressione di Crispi, Bertani, Cairoli, Fabrizi e Rattazzi il governo Lanza, nella persona di Sella, si era impegnato ad approfittare della guerra franco-prussiana per procedere all'annessione di Roma.
Crispi fu protagonista anche nella discussione parlamentare sul disegno di legge sulle guarentigie al pontefice, dimostrando di non aver mai messo da parte un forte anticlericalismo.
Dopo essere stato escluso dal primo governo della sinistra dopo la "rivoluzione parlamentare"  del 18 marzo 1876, venne eletto alla presidenza della Camera in seguito alle elezioni del novembre 1876. Fu ministro dell'Interno durante il secondo governo Depretis tra il 1877 e il 1878. Fu costretto a dimettersi per un gravissimo scandalo: venne accusato di bigamia, da il giornale "Il Piccolo", vicino al suo avversario e predecessore all'Interno Nicotera,  per aver sposato Lina Barbagallo, nonostante il legame con la Montmasson, che Crispi dal canto suo considerava nullo perché officiato a Malta e non registrato in Sicilia entro tre mesi, come richiedeva il codice civile napoletano. Negli anni tra il 1878 e il 1886 Crispi rimase fuori dalle compagini ministeriali. Da deputato criticò aspramente la politica interna e quella estera e coloniale dei vari governi che si susseguirono. Accettò nel maggio 1882 la Triplice Alleanza, nella quale però non leggeva sufficienti garanzie per l'Italia nei confronti dell'abominata Francia e nel giugno 1884, da convinto assertore dell'utilità della guerra come agenzia di nazionalizzazione, accusò Depretis e Mancini di ignorare la necessità di far entrare l'Italia nella partita coloniale, che in quegli anni affrontavano le potenze europee.
Nel 1887 divenne ministro dell'Interno in un ottavo governo Depretis e a luglio di quello stesso anno fu il primo fra i meridionali ad essere incaricato dal re della presidenza del Consiglio e dell'interim degli Esteri. Durante il suo governo venne completata la riforma amministrativa dello Stato, e fu consegnato al Paese un nuovo codice penale: il codice Zanardelli. In politica estera avviò una stretta collaborazione con il leader europeo che più ammirava, Otto von Bismarck, anche in funzione antifrancese. Erano anni di profonda crisi economica per la penisola e l'interruzione delle trattative italo-francesi per un nuovo trattato di commercio portò ad una "guerra delle tariffe" che danneggiò ulteriormente l'economia meridionale. Dopo lo scandalo della Banca Romana e la caduta del governo di Giovanni Giolitti, assunse nuovamente la guida del Paese e mostrò il pugno di ferro nella repressione dei Fasci siciliani, facendo proclamare al generale Morra di Lavriano lo stato d'assedio nell'isola. La sua carriera finì tra le polemiche e nella catastrofe a causa della politica coloniale avviata sul Mar Rosso: nel marzo 1896 le truppe italiane furono sconfitte dagli etiopici ad Adua e Crispi fu costretto a rassegnare le dimissioni. Nei cinque anni che seguirono continuò a seguire da Napoli la politica italiana e nella città campana morì l'11 agosto 1901.

 

C.M.P.


Principale bibliografia di riferimento: