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GIOVANNI PANTALEO (Castelvetrano, 6 agosto 1832 - Roma, 3 agosto 1879)

Lit. Fratelli Terzaghi MI in Album storico-artistico.Garibaldi nelle due Sicilie

Un' immagine più mitica che storica identifica in Giovanni Pantaleo quel fraticello che fu visto, il 4 aprile 1860, suonare a tutta possa le campane della Gancia per chiamare il popolo alla rivolta contro il Borbone. E' Pantaleo a rappresentare, nell'immaginario collettivo, il basso clero siciliano che si confonde con il popolo in armi e con i garibaldini nelle concitate avventure di quell'anno fatidico che cambiò le sorti dell'isola e dell'Italia. Eppure non può dirsi che questa leggendaria figura di sacerdote-soldato sia veramente emblematica di quella Chiesa siciliana che si schierò dalla parte dei Mille e della loro impresa: perché pochi, nel mondo ecclesiastico, avrebbero seguito Garibaldi sempre e comunque, anteponendo gli ideali che avevano ispirato la rivoluzione, al senso di appartenenza cattolico.
Giovanni Pantaleo proveniva da una famiglia di assai modeste condizioni sociali ed economiche, che pure volle avviarlo agli studi: suoi primi maestri furono i fratelli Pappalardo, di principi liberali e che ebbero parte attiva nei moti del Quarantotto per poi essere destinati all'esilio a Favignana e a Pantelleria. A sedici anni Giovanni Pantaleo si fece frate dell'ordine dei Francescani Minori Riformati e, dopo un anno di noviziato, frequentò il convento di Salemi dove ebbe come maestro, fra gli altri, Benedetto D'AcquistoBenedetto D'Acquisto, il celebre filosofo futuro arcivescovo di Monreale. A ventidue anni fu ordinato sacerdote. Conseguì poi una laurea in Filosofia e una in Teologia, e per qualche tempo fu incaricato di insegnare filosofia morale. Ma quel che emerse abbastanza presto, fu soprattutto la sua vena oratoria, un'innata e potente capacità di infiammare dal pulpito le masse dei fedeli; e quanto sarebbe giovata questa sua attitudine alla causa garibaldina!
Aderì coraggiosamente alla spedizione dei Mille poco dopo lo sbarco a Marsala, in un momento di assoluta incertezza sugli esiti dell'impresa. Scrive Abba nella sua Storia dei Mille: «E quel giorno fu veduto giungere in Salemi un giovane monaco, raggiante di quell'allegrezza che ognuno ricorda d'aver letto in viso ai sacerdoti del '48 [...]. Quel monaco si chiamava fra Pantaleo. Era un bello e robusto giovane di forse trent'anni, e parlava come se fosse uscito allora da un cenacolo miracoloso, donde avesse portato via il fuoco degli apostoli nell'anima e nella lingua. Piacque ma non a tutti». Comprensibile era infatti la diffidenza da parte di chi, nella Chiesa di Pio IX, vedeva ormai da anni un' avversaria della causa unitaria.
Lo stesso Abba, nelle sue Noterelle, scriveva: «Eccolo tornato il frate che partiva da Alcamo, per andare a dir messa sul campo di Calatafimi. Cavalca una vecchia giumenta, sicuro in sella, come uno che sotto la tonaca vestisse da soldato [?] Anche un frate non è di troppo». Giovava infatti, e molto, alla causa nazionale, quel basso clero siciliano così infiammato di sentimenti  liberali e unitari, così diverso dal mondo ecclesiastico della penisola; e di quella diversità Garibaldi forse cominciò ad accorgersi proprio grazie a fra Pantaleo, la cui figura venne immediatamente associata a quella di Ugo Bassi, compagno d'armi di Garibaldi, che era morto fucilato dagli austriaci il 4 agosto del 1849.  «Ugo Bassi? Ma, sapete bene chi fosse Ugo Bassi?» chiese il generale, secondo il racconto autobiografico di Giuseppe Bandi (I mille). Rispose allora Pantaleo: «Era un uomo che seppe seguirvi nella battaglia e seppe morire da forte». Garibaldi quindi avrebbe insistito: «Sì è vero, ma vi sentite voi il cuore di fare altrettanto se occorre?».  E Pantaleo, passando dal voi al tu: «Giuseppe Garibaldi, non disprezzare questa mia tonacella, perché ti dico, in verità, che sarà più salda della tua corazza; non disprezzare questa croce, perché vedrai che balenerà più terribile fra i nemici che la tua scimitarra».
Per le sue benemerenze patriottiche il re Vittorio Emanuele, gli concesse più tardi (21 giugno 1861) la Croce di Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro, ma questa notizia, forse per la straordinaria umiltà del frate, si diffonderà solo dopo la sua morte.
Intanto Giovanni Pantaleo cercava di organizzare un'associazione di uomini di chiesa di tendenza patriottica ("Associazione Emancipatrice del sacerdozio italiano"), suscitando reazioni che alla fine lo portarono a lasciare la tonaca, anche perché aveva elaborato un progetto scismatico volto a costituire una sorta di "Chiesa del Popolo".
Nel 1862 vediamo il nostro Giovanni partecipare alla spedizione di Aspromonte (per cui subì anche un breve arresto) e poi raggiungere Garibaldi nella fortezza di Varignano, assistendolo durante l'operazione per estrargli la pallottola dalla gamba e  quindi accompagnare il generale a Caprera.
Ritroviamo ancora il nostro intrepido ex frate nel Tirolo, sempre con Garibaldi, durante la III guerra d'Indipendenza, col grado di sergente; a Mentana, nel 1867; a Digione, col grado di capitano, sempre accanto al generale, durante la guerra franco-prussiana.
Successivamente Giovanni Pantaleo si trasferì a Roma, dove visse in grandi ristrettezze, con la madre, la sorella Filippa, e la famiglia che si era creato, avendo sposato a Lione, il 22 giugno del 1872, Camilla Vahè.
Dopo la sua morte, venne costituito un "Comitato di Solidarietà" a favore della famiglia di Pantaleo, ormai caduta in miseria. A parte una somma di circa 7 mila lire, raccolte con pubblica sottoscrizione, il Governo concesse una rivendita di Sali e Tabacchi in provincia di Ferrara ai figli Elvezia, Giorgio Imbriani (così chiamato in ricordo di un caro amico caduto a Lione) e Clelia; alla vedova fu intestata una ricevitoria del Lotto a Messina e poi a Chieti.
Garibaldi, in una lettera da Caprera del 13 ottobre 1866 scrisse: «Pantaleo è la personificazione del progresso italiano, morale e materiale».

M.L.

 Principale bibliografia di riferimento:

- Asaro G., Fatterelli di Cronaca su Fra Giovanni Pantaleo da Castelvetrano, , Palermo 1963;
- Maineri Baccio E., Fra' Giovanni Pantaleo, Memorie,  2ª ed. accresciuta, Roma 1891;
- Per Fra Giovanni Pantaleo, estratto dalla rivista "Helios" a. 2, n. 1-2, Castelvetrano 1909;
- Serra N., Sulle tracce di Frate Pantaleo: cappellano dei mille uomo di dottrina e di azione, Roma 1995.