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GIOACCHINO VENTURA (?, 8 dicembre 1792 - Versailles, 2 agosto 1861)

Si può affermare, senza il rischio di incorrere in un'esagerazione, che il padre Ventura, figura non di secondo piano del Risorgimento siciliano, sia stata fonte di ispirazione per gran parte del pensiero democratico e autonomistico di matrice cattolica, che tanta importanza avrebbe avuto nella storia politica della isola e del Paese. Luigi Sturzo, che si definì «siciliano autonomista e antiborbonico alla Gioacchino Ventura», lo ricordò spesso nei suoi scritti, e invitò amici e collaboratori - tra cui lo stesso Gabriele De Rosa - ad approfondirne la biografia politica. In Sicilia, nel 1860, diversi sacerdoti colti che avevano aderito alla rivoluzione si erano ispirati alle idee di Gioacchino Ventura.
Da giovanissimo, entrò nella Compagnia di Gesù e vi rimase fino a quando i gesuiti non furono banditi dalla Sicilia, allorché, per mantenere lo stato ecclesiale, entrò nell'ordine dei teatini, dei quali sarebbe poi divenuto preposto generale.
Personaggio di caratura europea, è ricordato, fra l'altro, per il vibrante Elogio funebre di Daniello'O Connel  (1847), il ministro irlandese nella cui vita il Ventura individuò l'intima connessione tra una profonda fede religiosa e il culto per la libertà; per il Discorso funebre pei morti di Vienna nella rivoluzione del 1848, recitato il 27 novembre di quell'anno; e in generale, per il ruolo che egli ebbe nel '48 italiano, in particolare nelle vicende della Repubblica Romana.
Interessante però ci appare più di tutto l'evoluzione del suo pensiero politico, in rapporto alla legittimità della prassi rivoluzionaria e della sua compatibilità con i principi immutabili del cattolicesimo, perché in questa evoluzione sarà possibile riscontrare il passaggio da un primitiva, sostanziale condanna della Rivoluzione Francese a una personale e diretta esposizione a sostegno della Rivoluzione siciliana del 1848, grazie a una critica costante e coerente di ogni forma di potere dispotico e centralizzatore.
Il pensiero politico di Ventura comincia a costruirsi sul solco dei grandi filosofi controrivoluzionari come Maistre, Burke, Roland, mentre il suo primo soggiorno napoletano avviene all'indomani dei moti rivoluzionari del '20, in occasione della sua attività di editore dell'Enciclopedia ecclesiastica. In questi anni, aderisce entusiasticamente all'ultramontanismo del primo Lamennais: il Saggio sulla indifferenza in materia di religione, pubblicato in quattro volumi tra il 1817 e il 1854, che esprime una condanna del razionalismo e della Rivoluzione e ribadisce la supremazia del papa sui vescovi e sulle chiese nazionali, è per il padre siciliano importantissima fonte di ispirazione. Pure in quegli anni Ventura traduce Il Papa di De Maistre e successivamente La legislazione primitiva di Bonald, alle quali aggiunge alcune notazioni circa i concetti di "obbedienza attiva" e "resistenza passiva" e delle notazioni che si riferiscono alla "Stabilità dei corpi sociali", in cui si tratta del problema del potere e della sua derivazione: è in queste annotazioni che troviamo in nuce il suo pensiero politico. La critica della Rivoluzione Francese è una valutazione delle potenzialità antidemocratiche della Rivoluzione stessa, della pretesa di fondare il potere su una Ragione astratta cui è delegato il compito di modellare la società ex novo e che si muove non già su un orizzonte storico concreto basato sulla libertà e sulla moralità degli esseri umani, ma su principi consimili a quelli delle scienze esatte, su progetti che si rivelerebbero più adatti alle macchine che agli uomini: Ventura contesta una razionalità scientifica applicata alla società, che in altre parole definiremmo disumanizzante e con gergo contemporaneo "totalitaria". Nelle sue annotazioni, il sacerdote mette l'accento sulla valore della religione cattolica come vero limite del potere. La religione viene allora considerata nel suo legame inscindibile con la società e deve mantenersi, proprio per questo motivo, ben lontana dal farsi strumento idoneo ad intorpidire gli animi per renderli acriticamente asserviti al governo. Il potere, per Ventura, esprime il comando a una società formata da esseri intelligenti e capaci di valutare la bontà intrinseca del comando medesimo: gli esseri umani non sono automi che reagiscono meccanicamente a un impulso dato dal potere. E il potere è legittimato da un'autorità che esprime i valori della razionalità, della giustizia, della libertà: se invece agisce arbitrariamente, si fa privo della sua essenziale legittimazione e si trasforma in dispotismo.
Negli scritti di padre Ventura inoltre, accanto a un'analisi critica di qualunque forma di dispotismo, di matrice illuministica o assolutistica che sia, si andrà delineando sempre più nettamente l'auspicio di una netta separazione di trono e altare, e il rifiuto di una religione utilizzata come instrumentum regni e pertanto non più capace di assolvere a quel compito di controllore del potere che invece essa naturalmente possiede. E' evidente che una tale impostazione gli procurasse una qualche antipatia e censura da parte del potere curiale; e tuttavia, mai il padre teatino si sarebbe allontanato dall'ortodossia cattolica, come per esempio avrebbe fatto Lamennais, con il quale lui pure ebbe  importanti contatti. Mentre si andava profilando un distacco dalle posizioni tradizionaliste reazionarie, il generale dei teatini, tra il 1830 e il 1833 solidarizzava con le insurrezioni belga, irlandese, polacca e con l'insurrezione parigina di luglio nelle quali riconosceva la giustezza delle istanze di libertà che ne stavano alla base e che non erano in contrasto con la fede cattolica, ma anzi con essa ben si conciliavano.
Negli scritti composti durante gli ultimi anni della sua vita, Il potere politico cristiano (1858) e il Saggio sul potere pubblico o esposizione delle leggi naturali dell'ordine sociale (1859), che riprende e svolge i temi fondatali dei discorsi pronunciati alla presenza di Napoleone III,  il legame fra democrazia e cattolicesimo si sarebbe ulteriormente risolto in un' ideale saldatura con le idee dalle quali Ventura era partito e che ora però portavano a conclusioni sulla legittimità della rivoluzione francamente opposte a quelle originarie.
Su queste basi ideali poggiano dunque le posizioni espresse del Ventura durante la rivoluzione palermitana del 1848. Com'è  noto egli fu rappresentante del governo di Ruggero Settimo presso la Santa Sede, e questa sua funzione diplomatica egli assolse, come è stato fatto notare, con una grande libertà di spirito che lo portò persino a trovarsi in posizioni di dissenso rispetto al governo che si trovava a rappresentare, ma sempre battendosi a sostegno dell'isola che gli aveva dato i natali e degli ideali che ispiravano quell'eccezionale momento storico.
Il 12 febbraio 1848 fu pubblicata a Roma una memoria di Ventura, intitolata La questione siciliana nel 1848 sciolta nel vero interesse della Sicilia, di Napoli e dell'Italia; una seconda edizione venne pubblicata a Palermo il mese successivo; subì poi delle modifiche sostanziali dovute alla rapida evoluzione delle vicende politiche. E' del maggio del '48 la Memoria pel riconoscimento della Sicilia come stato sovrano e indipendente, e della fine dello stesso anno l'altra sua memoria sulla questione siciliana, intitolata Menzogna diplomatica, ovvero esame dei pretesi diritti che s'invocano dal Gabinetto nella questione sicula.
In un quadro schiettamente tomistico, si metteva in evidenza come il potere, di natura divina, dovesse essere esercitato attraverso il popolo. La sovranità era dunque conferita da Dio immediatamente alla comunità politica e solo mediatamente al governante, che la attingeva dalla comunità politica stessa.
Al di là dell'evidente portato democratico di una concezione di questo tipo, risulta evidente come il potere conferito dal popolo al governante, possa essere dal primo revocato nelle circostanze straordinarie del manifestarsi della tirannide. In questo modo Ventura, rimanendo saldamente ancorato alla dottrina medievale cristiana sulla sovranità, ne accentua lo spirito libertario, e applica i suoi concetti - espressi in linea generale nella prima delle quattro parti in cui si compone la Memoria sulla Sicilia come stato sovrano e indipendente - al caso specifico di una rivoluzione in atto. Le parti di cui si compone la Memoria hanno titoli piuttosto eloquenti: Principi generali di diritto pubblico intorno all'origine del potere ed alla sovranità del popolo; Applicazione dei principi stabiliti alla questione dell'insurrezione sicula, prova che essa è stata primo legittima, secondo legale, terzo giusta e quarto finalmente cristiana e santa; Osservazioni particolari sul decreto del 13 aprile con cui il Parlamento di Sicilia ha dichiarato decaduto il trono di Ferdinando II e la sua dinastia; Risposta alle obiezioni, onde gli assolutisti pretendono di far passare i siciliani per violatori della legge cristiana, della sudditanza, per ingiusti ribelli.
E' stata appassionatamente messa in rilievo la grande efficacia di quella parte di questo scritto venturi ano, nella quale viene definito in modo estremamente accurato e moderno il concetto di nazione siciliana: vi si fanno riferimenti geografici in cui assume un ruolo la questione dell'insularità, riferimenti più complessi  ai concetti di unità di popolo, religione comune, di storia comune. Proprio la prospettiva storica è l'elemento che permette a Ventura di sottolineare come i siciliani abbiano esercitato un controllo sulla sovranità: «da tempo immemorabile la Sicilia è stata sempre un popolo a parte, che, con una Costituzione sua proprio, con una sua propria Rappresentanza [?], con codici, leggi, istituzioni sue proprie, con un proprio Ministero, con una propria Magistratura, con una amministrazione civile, comunale, economica tutta sua propria, ed infine con esercito, con marina, tutta a sé e con bandiera sua propria non si è mai fusa con altri popoli co' quali avea comune l'ubbidienza alla stessa Corona; e non ha cessato di essere un popolo a sé, di appartenersi, e di avere un suo proprio monarca ?» se anche questi «regnava allo stesso tempo altrove».
In quanto depositari della sovranità, con la rivoluzione del '48 i siciliani revocavano il potere al re, che l'aveva esercitato in forma tirannica.
Se nella Memoria appena citata, la concezione autonomista cede il passo a quella indipendentista, quest'ultima appare superata dalla concezione federalista della Menzogna diplomatica, ovvero l'esame dei diritti che s'invocano dal Gabinetto di Napoli nella questione sicula, pubblicata alla fine del 1848: la Sicilia deve entrare a far parte della federazione di stati italiani con una collocazione sua propria.
Ma è la stessa critica del potere assolutistico che conduce logicamente alla critica del potere accentrato, valutato come antidemocratico. In un'impostazione che diremmo oggi attinente a un principio di sussidiarietà, il potere che promana dalla società deve essere mantenuto quanto più è possibile vicino ad essa.
Neppure a Napoleone III Gioacchino Ventura risparmiò ammonimenti precisi. Anche se il pensatore siciliano aveva giudicato il colpo di stato come inevitabile e comunque legittimato a posteriori dal plebiscito, la condanna del cesarismo si accompagnava a quella del centralismo che ispirava l' amministrazione francese. E' il centralismo, nelle idee di Ventura (il quale risente delle considerazioni tocquevilliane dell'ultima parte della Democrazia in America) che lascia allo Stato un eccessivo controllo sulla società fino a trasformarlo in uno Stato onnipotente e non meno tirannico di quello d'Anciene Régime. Nella diffusione del potere ai livelli sociali e civili intermedi invece, un buon antidoto contro la tirannide.

M.L.

Principale bibliografia di riferimento:

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- Bergamaschi G., Padre Gioacchino Ventura:  fra tradizionalismo e neotomismo, Milano, 1992;
- Cremona Casoli G., Un illustre siciliano: il padre Gioacchino Ventura da Raulica, in "Rassegna Storica del Risorgimento", aprile-giugno 1956, pp. 293-298;
- Cultrera P., Della vita e delle opere del Rev. P.Gioacchino Ventura: ex generale dell'ordine dei Teatini, Palermo, 1877;
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- Guccione E., Cattolici e democrazia. Ventura, Murri, Sturzo e le critiche di Gobetti, Palermo-Sao-Paulo, Ila-Palma, 1988;
- Guccione E., Gioacchino Ventura alle radici della democrazia cristiana, Palermo, 2000.
- Guccione E., The Concept of "Revolution" in the Thought of Gioacchino Ventura, in AA.VV., Selected Papers, 1994, Consortium on Revolutionary Europe 1750-1850, Florida State University, 1994, pp. 92-104;
- Pastori P., Gioacchino Ventura da Raulica e la rivoluzione napoletana del 1820, in ""Rassegna Siciliana di Storia e Cultura", n. 2, 1997;