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Cittadella di Messina


I fatti del 1860

«Messina, per la natura del sito, per la comodità del porto, e per l'indole e condizione degli abitanti essendo stata sempre chiave del regno, e sempre stimata da' padroni dell'isola». Così scriveva Rosario Gregorio nella sua memoria sulla Sicilia, cogliendo nel segno: proprio l'indiscussa centralità della città peloritana, infatti, poneva la necessità di attrezzarla a dovere sotto il profilo militare. Così, era stata costruita la cittadella: «La sua figura è di un pentagono regolare, ed è questa una fortezza di prim'ordine fra tutte quelle d'Europa: essa è tutta intorno bagnata dalle acque del mare, che la rendono inaccessibile, e non si ha l'entrata se non per mezzo di ponti levatoi. Non bastano de' giorni intieri per osservarla, e considerarne a parte a parte la sua costruzione, i suoi arsenali, i suoi magazzini, i suoi ridotti, che la rendono ammirabile, e temuta per ogni riguardo: essa è forte di oltre 300 pezzi d'artiglieria, e può dar ricovero ad un esercito intiero» (clicca qui per leggere il resto del libro).
Con il suo poderoso armamento, il forte diveniva una base cruciale per le operazioni borboniche nel 1860 (clicca qui per leggere una descrizione coeva): sebbene il suo potenziale strategico e militare non fosse pienamente sfruttato, alle soglie del crollo definitivo dei Borboni rappresentava ancora una salda roccaforte siciliana, che aveva portato alla ratifica di una Convenzione tra il generale Clary e l'ufficiale garibaldino Giacomo Medici. La resa, sofferta, sarebbe venuta solo dopo la sconfitta di Gaeta e la terribile battaglia del 12 marzo 1861.


Le origini

Di fondazione normanna, la cittadella fu rimaneggiata in diverse tappe dai più abili tecnici allora disponibili: l'ingegnere Antonio Ferramolino, il matematico Francesco Maurolico, il vicerè Gonzaga solo per citarne alcuni. Dopo la rivoluzione del 1674 e la repressione spagnola, fu riprogettata da Carlo de Grunemberg, ingegnere militare olandese, chiamato dal Viceré de Ligne per creare una struttura difensiva all'avanguardia. Il "Norimberga" - così fu soprannominato l'uomo - posizionò la cittadella a forma di stella alla base del braccio di San Raineri, che caratterizza il porto di Messina, rendendola imprendibile dall'interno nel caso di rivolte cittadine e assicurando lo Stretto e il porto della città da attacchi nemici dall'esterno.
La fortezza subì le vicende politiche siciliane e fu assediata nel 1718 e 1719 prima dagli Spagnoli e poi dagli Austriaci, in ultimo dall'esercito di Carlo III di Borbone. Durante il regno di Ferdinando IV fu carcere per i giacobini napoletani ribellatisi nel 1799. Proprio per l'imponenza della struttura, l'inespugnabilità, e la posizione, nel 1848 la riconquista della Sicilia partì da lì: i militari borbonici , che non avevano mai abbandonato la fortezza, bombardarono la città per tre giorni, dal 3 a 6 settembre. La devastazione procurata alla città fu uno dei motivi di scontento che, insieme alle questioni politiche irrisolte, crearono una frattura incolmabile tra la monarchia e la città. Dopo l'Unità, la cittadella fu utilizzata sempre meno per scopi militari, fino al secondo dopoguerra, quando tutta l'area venne definitivamente smilitarizzata e riconvertita a fini industriali, manifatturieri ed abitativi.

C.S.


Principale bibliografia di riferimento:


- AA. VV. , La Real Cittadella di Messina, Sfameni, Messina, 1988;
- Guida per la città di Messina, Messina 1841;
- Mazzarella S., Zanca Renato, Il libro delle torri. Le torri costiere di Sicilia nei secoli XVI-XX, Sellerio, Palermo 1985;
- Operazioni dell'artiglieria negli assedi di Gaeta e Messina negli anni 1860 e 1861 pubblicata con autorizzazione del Ministro della Guerra, Torino 1864;
- Renda F., Storia della Sicilia, vol. III, Sellerio, Palermo, 2003.