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La Chiesa e Garibaldi

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Vero è, comunque, che al seguito di Garibaldi, erano sbarcati anche uomini che aderivano a confessioni acattoliche, come ad esempio Alessandro Gavazzi, i quali avrebbero contribuito alla diffusione in Sicilia della loro fede, ingenerando una dura reazione da parte del clero cattolico.
Se ai moti risorgimentali aveva partecipato soprattutto il basso clero, d'altra parte deve anche tenersi presente che i frati e parroci indigenti, autentica avanguardia della Chiesa che si levava in soccorso della rivoluzione del Sessanta, erano non di rado spinti da un elementare istinto di classe più che da sentimenti politici consolidati in modo non dissimile a quanto avvenuto nel '48-49, essi ricercavano infatti, per il loro contributo alla rivoluzione, premi e cappellanie, suscitando una vaga amarezza nel frate Pantaleo. Ma ci furono anche religiosi la cui coscienza cristiana si fondeva con istanze di eguaglianza sociale e che vedevano nei rivolgimenti in atto i limiti di una rivoluzione borghese, come nel caso leggendario del padre Carmelo di cui racconta Cesare Abba, che si rifiutò di seguire i garibaldini perché non scorgeva, in quanto stava accadendo, nessuna rivoluzione politico-sociale, ch'egli avrebbe altrimenti seguito con "il Vangelo e con la croce in mano".
Erano anche numerosi religiosi a predicare autentiche riforme di carattere economico, come il frate agostiniano Gaetano La Greca, il quale sosteneva che, essendo la terra eredità di Dio per tutta l'umanità, «tutti vi hanno diritto, e quindi un equo partimento di questa proprietà entra nelle mire della Provvidenza». Pure fra i sacerdoti colti, influenti furono le idee autonomistiche e cattolico-liberali del padre teatino Gioacchino Ventura.
I vescovi, invece, si trovavano nella difficile condizione di dovere ubbidienza non solo al pontefice ma anche alla re, chiunque esso fosse. Era l'antico istituto dell'Apostolica Legazia, che faceva del sovrano regnante il vero capo della Chiesa siciliana. Così, nella Cattedrale di Palermo, il giorno di Santa Rosalia (15 luglio) a Garibaldi era concesso il privilegio di partecipare alla messa seduto su un trono che lo poneva più in alto dell'arcivescovo Naselli; il generale veniva incensato con il capo coperto, il poncho e la camicia rossa e ascoltava il vangelo con la spada sguainata: egli infatti dittatore per conto del re, poteva dirsi legatus natus del papa, a prescindere dalla volontà di quest'ultimo. Tuttavia una posizione così apertamente favorevole a Garibaldi, come quella del Naselli, era alquanto rara in seno all'episcopato. Prima dello sbarco dei Mille erano state diffuse dai vescovi nelle varie diocesi diverse lettere pastorali in cui si affermava apertamente la fedeltà al pontefice, mentre il 31 gennaio e il 26 febbraio 1860 il vescovo amministratore apostolico di Messina, Giuseppe Maria Papardo, aveva inviato a Pio IX due lettere di devozione a nome dei presuli di Sicilia. Il papa rispose con una lettera di ringraziamento il 9 giugno 1860, che Garibaldi, a scopi propagandistici fece poi pubblicare sul Giornale Officiale di Sicilia sul numero del 4 luglio.
In generale però la Chiesa contribuì a favorire una certa mistica della patria risorta, e a fare del carismatico Garibaldi un eroe di matrice quasi religiosa. Preti e suore favorirono probabilmente persino la leggenda che voleva il generale parente di Santa Rosalia, come lascia chiaramente intendere una strofa di una coeva poesia popolare: E me l'ha detto una monaca pia/ch'egli è fratello di Santa Rosalia!/La santa gli ha mandato/un talismano con la propria mano.

M.L.
 



Principale bibliografia di riferimento:

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Zito G.(a cura di), Storia delle chiese di Sicilia, Città del Vaticano, 2009.